INTERVISTA a Roberto Albanesi & Oscar Perticoni

a cura della nostra inviata BIANCA NERIC

Siamo nella vecchia milano, nel cuore di Brera.
Qui, all’osteria degli artisti di Emilio Pizzoni (fratello del “caterer dei Vip” Fausto) abbiamo incontrato il regista Roberto Albanesi e il Maestro Oscar Perticoni (reduce dalle prove del suo ultimo spettacolo alla vicina Scala) per parlare del loro ultimo, intrigante progetto cinematografico. Era da molti anni che il regista di Casalpusterlengo e l’arcinoto compositore italo-polacco cercavano di collaborare ad un lungometraggio, l’occasione è arrivata con NON NUOTATE IN QUEL FIUME, l’horror a tinte surreali ambientato nel piacentino che tributa con passione e molto, molto sangue quegli slasher anni 80 tanto cari ad Albanesi.
C’è lui dietro la macchina da presa, c’è Perticoni alla supervisione musicale del progetto.

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B.N.: Roberto, raccontaci come nasce l’idea di Non Nuotate In Quel Fiume…

ROBERTO ALBANESI: L’idea per Non Nuotate mi è venuta per puro caso. Stavo scrivendo una commedia d’amore basata su di un rapimento, quando di colpo mi è balenata nel cervello un’immagine specifica (che è quella che chiuderà il film). Su quella folgorazione ho costruito tutto il resto.

B.N.: Dal trailer è chiaro il tuo amore per l’horror carico di ironia, i “popcorn” movie degli anni 80. Oltre a questa, quali sono le tue fonti d’ispirazione?

ROBERTO ALBANESI: La videoteca in cui lavoravo quando avevo 11 anni; mi ha dato tutto il materiale mentale possibile per scrivere almeno almeno una dozzina di film (alcuni li ho già scritti da anni). Ho lavorato lì fino a quando hanno chiuso. Ho visto di tutto. Tutti quei film, di qualsiasi genere, sono entrati a far parte del mio “dna creativo”. Odio citare e cerco sempre di fare qualcosa di ASSOLUTAMENTE MIO, ma è ovvio che tutti quei vecchi nastri tornino a “suggerirmi” e ad ispirarmi e qualcosa scappi fuori, volente o nolente. Credo che il mio modo di raccontare possa essere paragonabile a quello di un Landis accelerato… e senza Eddie Murphy.

OSCAR PERTICONI: Caro Roberto, se posso permettermi, io nel tuo cinema vedo anche una spruzzatina del Carpenter giocherellone e spigliato di Essi Vivono, anche se effettivamente più che “assomigliare a”, tu sei uno che stravolge ciò che lo spettatore già conosce. Oscar.

ROBERTO ALBANESI: Grazie Maestro, queste sue parole me le rivenderò a vita.

B.N.: Roberto, regalaci qualche indizio sulla trama.

ROBERTO ALBANESI: Bruce, Stefano e Luigi sono tre delinquentelli che fanno uno “sgarro” alla loro boss. Questa ( ninfomane e cattivissima) li obbliga a sdebitarsi facendo una consegna vicino ad un fiume maledetto… un luogo in cui la gente scompare nel nulla e nessuno sa il perché.

B.N.: Chi fa parte del cast?

ROBERTO ALBANESI: Il cast è composto da amici-attori, da amici-non attori e da colleghi che stimo nel mondo del cinema indie italiano e mainstream, come Pietro De Silva che ha fatto LA VITA E’ BELLA e che anni fa mi lanciò col primo corto HAPPY BIRTHDAY… o come Leo Salemi, regista hard de L’ALBERO DELLE ZOCCOLE di cui sono amico da anni. Fra gli attori ci sono… (ne cito alcuni) Ivan Brusa, Luca Zibra, Stefano Galli, William Angiuli, Roberta Nicosia, Jack Gallo, Sara Basile, Simone Chiesa, Nicola Crucinio, Umberto Daddario (Bortolo Mazzamauro), Paolo Riva, Pietro De Silva (La Vita E’ Bella, L’Ora Di Religione), Leo Salemi, Roberto D’Antona, Denis Frison, Luca Zanovello, Luca Baggiarini, Alberto Bogo Antonio Zannone e Lorenzo Lepori.

OSCAR PERTICONI: Voglio condividere con voi questo triviale aneddoto. William Angiuli lo conobbi anni fa sul set di uno spot tv per una nota marca di anticoncezionali. Il regista lo definì il Clooney italiano. Oscar.

ROBERTO ALBANESI: Sì sì, però William recita meglio di Clooney (ed è più brizzolato).

B.N.: Il cast è ricco, ma anche i talenti musicali non scherzano. C’è IL FIENO, band alternative milanese molto quotata, c’è ALBERTO MASONI e il Maestro PERTICONI . Maestro, cosa la ha spinta a unirsi al progetto?

OSCAR PERTICONI: E’ da anni che io e Roberto volevamo fare qualcosa insieme, stimo la sua passione e il suo modo di giocare con i cliché cinematografici. Li monta e smonta, come faccio io con le convenzioni musicali. Così, nonostante i miei molti impegni nazionali ed internazionali (Sanremo, la colonna sonora di 50 sfumature, ecc) non ho potuto dire di no a lui e agli altri amici coinvolti nel progetto. Credo che Non Nuotate sia un bellissimo tributo a un cinema che non c’è più, e col quale entrambi siamo cresciuti (e che io ho anche contribuito, a cavallo degli anni ’80, a creare), e sono convinto che anche le grandi musiche che abbiamo scelto siano un motivo per “tuffarsi” nel Fiume con noi. Oscar.

ROBERTO ALBANESI: Da anni orbito nell’universo di Sandro Sandroni (regista, produttore, sceneggiatore e molto altro) e della sua famiglia artistica. Sognavo da sempre di poter lavorare col suo storico compositore, il Maestro Perticoni e magari di essere prodotto da Sandroni. Con Non Nuotate sono riuscito a realizzare entrambi i miei sogni (ndr: qui Albanesi sembra quasi commuoversi).

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B.N.: A proposito di cinema, che opinione avete della scena “di genere” italiana?

OSCAR PERTICONI: per quanto mi riguarda, vedo ben pochi autori coraggiosi capaci di divertire e divertirsi col cinema di genere. Soprattutto a livello indipendente, ci sono molti palloni gonfiati, presuntuosi e permalosi, altri che sembra abbiano trovato la telecamera nel sacchetto delle patatine, in fin De’ Conti apprezzo pochi: oltre ad Albanesi e al Maestro Sandroni, apprezzo i ragazzi di Innovazione 2 e Luca Baggiarini, usciti recentemente con alcuni buoni prodotti. Oscar.

ROBERTO ALBANESI: Concordo ovviamente con il Maestro e aggiungo che nella scena indie italiana manca totalmente l’ironia.

B.N.: Maestro Perticoni, descriva Albanesi in 3 parole.

OSCAR PERTICONI: Appassionato, pazzo, Amico. Oscar.

B.N.: Roberto, il Maestro Perticoni in 3 parole.

ROBERTO ALBANESI: Maestro, libertino, esteta.

B.N.: Per finire, ringraziandovi del tempo dedicato, chiedo a Roberto dove i fan potranno vedere il film.

ROBERTO ALBANESI: La prima del film si terrà Venerdì 25 Marzo all’auditorium della Croce Casalese di Casalpusterlengo. L’ingresso sarà gratuito. All’evento sarà presente tutto il cast, la troupe, ma soprattutto Il Maestro Perticoni ed il Maestro Sandroni. Dopodiché porteremo il film in tour. Proietteremo il film ovunque vorranno ospitarci e venderemo in loco il film stesso in dvd, a prezzi irrisori e totalmente auto-prodotto/distribuito. Vi terremo informati. Grazie per la bella intervista e grazie al Maestro… per tutto.

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Intervista a Sandro Sandroni – L’Ora Dell’Orrore

SANDRONI: IL DIGNITOSO PASSO INDIETRO DI UN MAESTRO
Di Riccardo Redolini (L’Ora Dell’Orrore)

 Nel 2012 ha rivoluzionato la scena dell’horror indipendente con una raffica di successi (chi non ricorda, per esempio, cortometraggi come Full Di Morte, Morte Mortale e Paranormal Piscina?), poi ha sfornato il classico dei classici natalizi, Natale Brividoso, prima di ritirarsi a vita privata per un po’.

Un solo acuto nel 2013, il sequel Paranormal Piscina 2: Sumer Party, quasi a soddisfare i fan che volevano un nuovo lavoro del “Maestro” (come ama lui stesso definirsi).
Poi, un altro lungo silenzio. E la domanda è una sola: CHE FINE HA FATTO SANDRO SANDRONI?

Per soddisfare le numerose richieste che ci sono giunte in redazione, e per regalarvi un’intervista indimenticabile, Sandroni ci ha aperto le porte del suo ranch lodigiano per raccontarci le sue verità.
Un’altra piacevole sorpresa è stata la presenza del noto compositore Oscar Perticoni, amico di lunga data e collaboratore del Maestro Sandroni.

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Riccardo Redolini: Sandro Sandroni, tutti si domandano, che fine ha fatto il re dell’horror made in Italy?

Sandro Sandroni: Vede, proprio in quanto re, ho deciso di abdicare. Con i miei lavori ho dimostrato di puntare a un livello qualitativo ed artistico elevato, motivazione che non ho invece riscontrato né nel pubblico né in molti miei colleghi e registi horror.
Non mi sento rappresentato dall’horror italiano.

RR: Quindi importanti riconoscimenti (il Reign Of Horror Award, il premio speciale al Festival di Piumazzo) e migliaia e migliaia di visualizzazioni su Youtube non l’hanno convinta a proseguire nella sua carriera?

SS: In realtà non credo che la mia sia una scelta definitiva. Ora non mi sento di far parte di questa misera scena horror, ma non escludo che a breve risentirete parlare di me.
Non è un caso che l’amico Perticoni sia qui con me….

(Perticoni ci raggiunge)

 Oscar Perticoni: Grazie Sandro, in effetti io e il Maestro stiamo lavorando su qualcosa di grosso… Non so se il pubblico italiano sarà pronto, ma non escludiamo l’eventualità di rivolgerci direttamente all’estero, dove siamo di gran lunga più stimati ed apprezzati. Oscar.

RR: Ma cos’è che vi disturba, della scena horror indipendente italiana?

SS: (visibilmente alterato) E me lo domanda? Si guardi in giro, legga le bacheche, i forum, guardi qualche cortometraggio dei cosiddetti “registi”…
Vedo presuntuosi registucoli che fanno cortometraggi dove l’attore legge visibilmente il copione mentre recita, altri truccati come metallari che non fanno altro che srotolare budella con inquadratura fissa, altri ancora visibilmente sovrappeso che pubblicano più foto di loro nudi che opere cinematografiche. Altri fighetti di 20 anni tatuati che si sentono arrivati, o degli invertiti cresciuti che, in posa, criticano in maniera sprezzante i lavori altrui. Insomma, io non spreco il mio talento per condividerlo con questa gente.

RR: Non si salva nulla, in questo panorama desolato?

SS: Certo, c’è anche del buono. Ma le persone che stimo sono quelle di cui mi circondo, e non ho bisogno di un articoletto da 4 soldi per dire loro quello che penso delle loro opere.

OP: Se posso aggiungere una cosa, ci tengo a sottolineare che da noi in Polonia tutta questa gentaglia non viene neanche considerata. Anzi, è stata recentemente abrogata una legge che impedisce ai registi, senza un’abilitazione precisa, di caricare filmati su Youtube. Credo dovremmo prendere la Polonia ad esempio. Oscar

RR: Sono parole dure… Quindi, che cosa vi sentite di dire ai fedelissimi fan dei vostri film? La leggenda Sandroniana prosegue o si ferma qui?

 SS: Farò quello che mi pare, come ho sempre fatto nella vita. Per ora non voglio mischiarmi con lo schifo che ci circonda, ma io ed Oscar siamo uomini da set. Non credo riusciremo a stare a lungo lontano dalla cinepresa e dal successo che ci spetta. Quindi state attenti, perché Sandroni probabilmente tornerà, quando meno ve l’aspettate.

RR: Futuro incerto dunque, ma una sola certezza: Sandroni non è sazio. Posso chiedervi di chiudere con un saluto ai nostri lettori?

OP: Un caldo abbraccio a tutti. Oscar.

 SS: Un saluto dal Maestro. Ricordate sempre: io sono Sandroni, dannazione! E voi chi cazzo siete?

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Charlie, il cannibale sfortunato.

Non è che Charlie sia cattivo, solo ha dei gusti particolari. Tu, ad esempio, ami la pizza e odi i broccoli. Charlie ama la carne umana e odia tutto il resto.

Se ci fosse l’Happy Human Meal, Charlie avrebbe la casa piena zeppa di pupazzetti.

Charlie ha diciannove anni. Inizia per caso: mangiandosi le pellicine delle dita delle mani. Gli piace. Prosegue alla falange successiva, poi all’avambraccio. Giunto al gomito, Charlie capisce che deve trovare una fonte di eteronutrimento.
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Uscito di casa, Charlie rompe il vetro di una finestra e si infila in un modesto appartamento di periferia.

Apre il frigorifero, sperando di trovarci viscere del genere homo sapiens sapiens, ma si rende conto che non ci sono poi così tante probabilità.
Formaggi, verdure, carne disumana: che schifo. Tanto peggio per il padrone di casa.

Charlie aspetta dietro al divano il ritorno dell’inquilino, Charlie ha fame.

Pensa a una coscia di centometrista, a un polpaccio di ciclista, a un pisello di pornattore.

Charlie sbava.

Si ricompone solo quando sente le chiavi nella toppa: entra un trentenne magrolino con un trolley. Non c’è molta ciccia, ma per battezzare la carriera di mangiasimili può bastare.

La Sua Cena è al telefono, parla con qualcuno. Charlie ascolta e scopre che La Sua Cena è appena tornata da un viaggio in Africa, volontariato, buoni propositi ed inevitabile jet-lag.

Ma chi se ne frega, pensa Charlie. La gente si interessa mai di quanti piccoli avesse avuto la mucca nel piatto, o dove sia nato il maialino che stanno sgranocchiando?

La Sua Cena si mette ai fornelli, Charlie scivola sul balcone e fa rumore di proposito.

La Sua Cena esce a controllare, con passo stanco e strascicato.

Charlie è dietro a un grosso vaso di fiori, abbastanza grande da nasconderlo, abbastanza piccolo da farlo saltare fuori, colpire in testa La Sua Cena e stordirla.

Ora è Charlie ai fornelli. La sua cena è La Sua Cena.               

Con perizia, Charlie apparecchia la tavola, versa nel piatto i rosolati testicoli delLa Sua Cena (sembrano due polpette Ikea, pensa Charlie), con contorno di altre parti a cui non saprei risalire. Ne beve il sangue, come fosse un rosso d’annata.

Charlie accende la tv, c’è un programma di cucina. Ironico.

Consuma La Sua Cena come fosse la prima e l’ultima. E’ deliziosa. Pensa che uno nasce con una certa natura, e non la può cambiare. Anzi, è giusto così. Perché i vitelli sì e i giovani trentenni magrolini no? Si pulisce la bocca con cura. Finisce La Sua Cena.
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Poi Charlie prende il trolley delLa Sua Cena, lo porta in camera e lo svuota: Charlie ha deciso che si prenderà cura delLe Sue Cene. Che non le userà e basta. Ci tiene al galateo.

Oltre ai vestiti e a qualche souvenir pacchiano, ci sono dei fogli. Charlie inizia a leggere, vorrebbe capire chi ha appena mangiato, chi lo ha sostentato per le successive ore.

La Sua Cena si chiama Oscar. La Sua Cena era in Uganda, lavorava come volontario in un villaggio che disponeva a malapena di carne animale, figurarsi di carne umana.

Charlie pensa che avrebbe ben poco da mangiare, là.

Charlie prosegue a leggere. C’è un foglio, un referto medico, che dice che Oscar ha la malaria.
Che occorre che smetta di lavorare, torni a casa ed inizi una cura al più presto, o non c’è scampo.

Charlie non sa molto della malaria, ma il nome suona maledettamente contagioso.

Charlie fa due conti, su due piedi, sa di essere fottuto.

Ha appena ingerito morte, più o meno.

Charlie corre in bagno, si ficca due dita in gola, rimette al mondo Oscar in uno sbilenco parto orale.

Troppo tardi.

L’ultimo pensiero di Charlie, riverso nella tazza del cesso, è che una volta ha letto che ci sono circa 40 casi di malaria all’anno.

Charlie muore pochi secondi dopo aver maturato la convinzione che il karma esiste, e la sfiga pure.

Charlie muore sazio e un po’ incazzato. Charlie, il cannibale sfortunato.

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Coerenza.

Questa è la storia di due gabbie. Ogni gabbia contiene un gatto.

Le due gabbie sono in viaggio. Giunte a destinazione, passano la notte su dei tavoli, dei teli a coprirle.

La mattina dopo, i teli si alzano. Le gabbie si aprono. L’ordine è casuale.

Oltre un telo c’è un salotto, oltre all’altro telo un laboratorio.

Oltre a una gabbia c’è la faccia di un bambino, oltre all’altra quella di uno sperimentatore.

La prima cosa che giungerà dal primo sarà una mano, la prima cosa che giungerà dal secondo sarà un impianto nel cervello che procura scosse.

Il suono che scuoterà la prima gabbia sarà quello delle fusa, il suono che scuoterà la seconda sarà quello delle grida di dolore.

Le gabbie in partenza erano identiche, il contenuto pure.

Se senti solo le fusa, è solo perché non ti poni grosse domande.

Se sei il bambino di cui sopra, la speranza è che un giorno non lontano te le porrai.

Se sei il genitore del bambino di cui sopra, non è mai troppo tardi per portele.

FERMA LA SPERIMENTAZIONE ANIMALE.

Disillucio Battisti

Il mio amico Lucio diceva di volere dieci ragazze. Gli rispondevo sempre: ok, ma hai presente cosa significhino 10 compleanni, 10 onomastici, 10 anniversari e magari (se ti capitano particolarmente psicotiche) pure 120 mesiversari? E alla festa della donna che fai? Ti tocca disboscare una piantagione di mimose. No, lascia stare.

Ma Lucio non mi ha mai dato ascolto.

ImageDella prima fu entusiasta: mi disse che da quando c’era lei tutto questo non c’era più… Non so a cosa si riferisse, ma aggiungeva “posso finalmente bere”… Poi iniziò a farlo per sopportare lei e i suoi occhi non troppo innocenti, tornò in qualche bar e io e gli altri tre amici lo recuperammo ad un ricciolo dalla cirrosi.

Poi venne Linda, andavano sempre a ballare. Una sera però lei iniziò a ballare con un altro. Il gioco di bacino fece il resto. Non è vero che non sapeva mentire mai.

Arrivò la terza, una donna che sembrava non essere solo un’avventura. Lucio diceva “sei mia, fino a quando gli occhi miei avran luce per guardare gli occhi tuoi”. Ci dev’essere stato un blackout, evidentemente.

Per non parlare di Francesca, che ebbe la grande idea di flirtare con un altro sotto casa mia. Andai subito a dirlo a Lucio ma lui dubitava della mia parola… Si scoprì che avevo ragione e che il vestito rosso (che si tolse di lì a poco) era proprio il suo.

Fu un duro colpo, ma mai quanto Anna, la quinta: fu un rapporto fugace, diceva di amarla perché “quanti e quanti sì ha gridato lei”! Una sera Lucio è tornato prima dal lavoro e ha sentito quegli stessi appassionati “sì” provenire dalla camera da letto. E non gli ha neanche mai preparato il caffè…

Quella successiva fu un altro disastro: aveva “i problemi di donna”, diceva lei. Seghe mentali, dicevo io. Fece a Lucio il classico discorso del “il problema non sei tu, sono io”. Lui la prese così, non ne fece un dramma. Uscì di casa, di notte, viaggiando a fari spenti. Mi disse: “vediamo se poi è tanto difficile morire”. “Ok Lu, però fammi scendere prima” risposi.

Si riprese a marzo, quando conobbe una bella ragazza. Sembrava una tipa a posto, invece era una sanguisuga che sperperò tutti i soldi di Lucio in gelati. Al 21 del mese i soldi erano già finiti e lei lo lasciò per un imprenditore che non aveva problemi a tirare fine mese e non chiedeva mai “che giorno è?”.

L’estate gli portò l’ottava delusione, una giovane dalle bionde trecce e gli occhi azzurri. “Quante braccia ti hanno stretta?” le chiese. “112” rispose “ma di che t’impicci? Sono una donna ormai.” Una bagascia, piuttosto. La fiamma si spense rapidamente.

Si rivolse allora a uno di quei siti per incontri… Conobbe una filippina che giunse in Italia e si insediò a casa sua. Non funzionò e lei si dimostrò anche una pessima colf. Non potò il melo, lasciò polvere dappertutto e i piatti sporchi da lavare. Però come stirava le camicie lei… Se ne tornò nel suo paese e Lucio vendette casa. Forse perché quella casa aveva visto amore. O forse per tornare da mammà.

L’ultima, la decima, fu fortunatamente il momento di lucidità.
Al posto di scegliere una donna per amico ha scelto un amico per donna. Lui si chiama Giulio ma tutti lo chiamano con uno strano nomignolo che mi ricorda le Giovani Marmotte. Sembrano fatti l’uno per l’altro.

Sento che faranno grandi cose insieme.

Dedicato a Lucio & Mogol e ispirato dalle seguenti poesie:

–       Dieci Ragazze

–       Acqua Azzurra, Acqua Chiara

–       Balla Linda

–       Un’Avventura

–       Non E’ Francesca

–       Anna

–       Prendila Così

–       Emozioni

–       I Giardini Di Marzo

–       La Canzone Del Sole

–       Vendo Casa

–       Una Donna Per Amico

La Concorrenza

Solitamente non sopporto le sterili conversazioni in aereo, con l’occasionale vicino di posto. Una volta esaurita la sacra trilogia del nulla (condizioni meteorologiche, sport e culo della hostess), c’è poco da spremere.

Però Mohammed è un tipo simpatico, parla tante lingue, tutte male, guarda la mia valigetta e mi chiede che lavoro faccio. Gli rispondo che sono un rappresentante, poi ricambio il quesito, perché anche lui ha una valigetta da impiegato, ma non ne ha l’aspetto. L’aspetto è quello di un ragazzo povero, trasandato, forse disoccupato. Mi dice che è un insegnante.

Nel tragitto verso la Grande Mela, mi racconta quasi tutta la sua vita e io ricambio, non ho voglia di stare sulle mie, non oggi.

Poi, ad un tratto, si rabbuia, capovolge l’assetto ilare, con tono sommesso si sporge verso il mio orecchio e mi dice: “Senti bello, la situazione sta diventando un po’ complicata. Sei un tipo molto simpatico, parlerei con te per ore, e mi piacerebbe tu avessi una vita piacevole e lunga. Però vedi, sono su questo aereo per conto di Al Qaeda. Io e quei due signori che vedi in terza fila, quelli che stanno bevendo il cappuccino, tra esattamente dieci minuti ci alzeremo, urleremo che l’America è piccola e Allah è grande e dirotteremo questo aereo contro una delle Torri Gemelle. Dopo decidiamo quale. Purtroppo è il nostro lavoro, spero capirai. Nessun rancore, vero?”

Lo guardo impietrito: “ma non eri un insegnante?”

Mohammed, serafico, risponde: “beh si, nel senso che insegno il volere dei miei capi a voi stronzi infedeli. L’ho fatta un po’ sporca, è vero, ma non volevo terrorizzarti prima del tempo”.

Rimango di ghiaccio, immobilizzato. Ma non per il motivo che lui – e voi – credete.
E’ che un po’ sporca l’ho fatta anch’io: non è che io sia proprio un rappresentante. Semmai, rappresento il Governo degli Stati Uniti D’America.  E io, più americano dell’hotdog, sono su questo volo per alzarmi di colpo, dire che Allah è grande, farneticare riguardo il castigo talebano e fornire il miglior alibi del mondo all’occidente per prendersela con tutte quelle fastidiose nazioni il cui nome finisce per –stan.

E la presenza di Mohammed, va da sé, mi scombussola i piani.

Gli spiego la curiosa coincidenza e lui scoppia a ridere.

“Che cazzo ridi?”, gli sussurro con tono infastidito “Non capisci che così, nessuno di noi due riuscirà nel suo intento? Tu non avrai il tuo harem di mignotte, nell’aldilà, perché tecnicamente questo aereo lo faccio esplodere io. E io , porca puttana, sto deflagrando invano, dal momento che ci avreste già pensato voi. La cosa è alquanto fastidiosa, se permetti.”

Mohammed torna serio. “In effetti” dice “morirai per nulla. Però vedila dal mio punto di vista, la stessa cosa vale per me. Sarei potuto restare al calduccio, a casa mia, a fare le sabbiature. Ma come facevamo a immaginare che foste un Paese così imbecille da autodirottare un aereo e attribuire il merito a noi?”

“La colpa…” puntualizzo.

“Vedila come ti pare.”

Mi faccio prendere dallo sconforto: “Vabbeh senti Mohammed. L’importante è che quello che sappiamo noi non esca da questo aereo. E onestamente, visti i nostri piani, la vedo dura. Lasciamo che il mondo congetturi, che la storia decida, che i nostri datori di lavoro se la vedano fra loro.”

“D’accordo. Ma chi fa la commedia? Vai tu, hai la faccia più rassicurante.”

“Uff, che palle. Senti tu sei più vicino al corridoio, dovrei farti alzare. Facciamo che lo dirotti tu.”

La situazione non si sblocca. Mohammed sorride, fruga in tasca. Estrae un nichelino. “Testa vado io, croce tu. Comunque vada, sarà un successo.”

DANTE FERTILIZZANTE, LA VIGNATONA e LE COINCIDENZE CHE NON ESISTONO.

Ho capito quasi subito di non avere i requisiti necessari per tenere botta rispetto alla vita. E’ il 1992, credo, terza elementare. Per completare l’album degli Sgorbions (gli anni 90 erano una figata, si) mi manca solo una maledetta figurina. Si chiama Dante Fertilizzante: il mio sacro graal, il mio tessoro. Una mattina illuminata, il mio amico e compagno di classe Cristian entra nell’atrio della scuola e mi allunga Dante Fertilizzante: “ce l’ho doppio, tieni”.

Nel momento preciso in cui ottengo qualcosa di importante, ottengo la paura di perderla. Nel mio caso, la paura è grande, grossa e ben presto muta in angoscia. Di farmi rubare la figurina, di smarrirla, di rovinarla.

Così, ecco la contraddittoria intuizione. Forse un bambino ha un modo solo per scacciare i mostri: non esserne più l’interesse. Così avvicino un bambino a caso e gli regalo la figurina.

Senza di lei, non ho quello che voglio ma non ho neppure paura.

Un perverso modo di sopravvivere. O forse il più innocente che mi venisse in mente.

 In quegli stessi anni, durante l’intervallo, la mia classe e le altre sezioni si riversano nel parco accanto alla scuola e per 15 minuti si scatenano in attività che si concludono sempre con qualche sbucciatura o piagnisteo. E’ lì il primo ricordo di te, che prendi per il culo una compagna grassa e goffa. La chiami Vignatona e la sbeffeggi un po’ troppo correndo per il prato.

Che tu ci creda o meno, è l’unico momento in cui ti rivedo senza un’ombra e senza la fatica della vita addosso. Anche dopo vent’anni di amicizia, devo tornare là.

Negli ultimi mesi ho scoperto che stai male, peggio della mia peggiore previsione. Basterebbe a farmi pensare a queste cose, ma il periodo è gravido di notizie e così scopro che in ginocchio non ci sei solo tu. Persone altrettanto vicine a me, persino consanguinee. Hanno tutte perso la rotta, al punto da vergognarsi di dirlo, da vergognarsi di chiedere aiuto. E forse fate bene a non chiedermelo, se è vero che non so custodire neanche una figurina. E che le palle e la rotta le ho perse anche prima di voi, forse. Le coincidenze non esistono, la situazione non migliora. E io perdo il poco coraggio che ho. Vorrei qualcuno che mi dicesse che è il contrario, che me lo mostrasse. Che mi dimostrasse che possiamo tornare ai tempi della Vignatona, con tutti gli sforzi di cui siamo capaci. Ma che si possa.

 Quando penso a voi, che arrancate… Quando penso a me, che non riesco a dirvi altro che “coraggio”… Quando penso che Dante Fertilizzante ha forme diverse, ma mi crea sempre gli stessi scompensi… In tutti questi momenti, non posso non pensare a chi dice che la vita è bella. E, a meno che non sia Benigni, chiederei loro di tacere. O di specificare: la vita PUO’ essere bella. Basta pensare poco, ridere di tutto, avere le palle. E anche culo.