Coi Pixies in sottofondo siamo bravi tutti.

***CONTIENE SPOILER, MA DI QUELLI CHE CONOSCE ANCHE MIA NONNA***

(Piccola raccolta di coppiette audio/video dedicata a tutto il popolo armeno, chi più, chi meno)

Una delle cose che ho sempre amato del cinema e della musica è la loro capacità di compenetrarsi. Ci sono scene indelebili divenute tali grazie alle note suonate ad accompagnamento; e di contro ci sono melodie e canzoni divenute celebri in quanto contenute nella colonna sonora di pellicole di successo (tanto da perdere il loro legittimo titolo e diventare nell’immaginario collettivo semplicemente “la canzone di Ghost quando loro modellano il vaso e poi scopano”).

Esperienze di appagamento multisensoriale, ma non solo: un piano migliora e amplifica l’effetto dell’altro.

C’è però un altro effetto da non trascurare… La musica giusta al momento giusto rende più facile la vita dei protagonisti on screen, l’atmosfera si romanticizza e si creano le condizioni per il lieto (o quasi) fine.

Immaginate per esempio questo scenario: la donna dei vostri sogni è lì lì per abbandonarvi alle vostre innegabili psicopatologie quando nell’aria irrompe con la sua galleggiante grazia Where Is My Mind? (Pixies). Anche il peggior dissociato, ed un’intera città che collassa su se stessa, appaiono perversamente poetici. E sono sicuro che Marla concederà un’altra chance ai dualismi mentali di Edward Norton, limonandoselo teneramente fra un botto e l’altro. Del resto, se s’è sposata Tim Burton….

A proposito, Big Fish è un film che funzionerebbe anche con colonna sonora dei Modà, ma pensate a quante lacrimucce in meno avreste versato senza la leggiadria di Buddy Holly e della sua Everyday ad accompagnare i sogni di matrimonio di Edward Bloom.

O il vocione di Eddie Vedder a tributare “l’uomo del momento” con l’omonima canzone, scritta appositamente per il film e divenuta uno dei capolavori di tutti i tempi PearlJameschi. Se Burton sognava il pezzo perfetto per il momento in cui “the curtain comes down”, sul film e sulla vita del protagonista, voilà.

La Mia Vita A Garden State è il film d’esordio di Zach Braff, che dirige e recita. Il Jd di Scrubs mutua dalla serie il magistrale utilizzo delle musiche dolciamare ad hoc e in una scena bizzarramente poetica sistema un pezzone di Simon & Garfunkel (The Only Living Boy In New York) che gli permette di conferire ulteriore carica emotiva al momento ma soprattutto di ficcare la lingua in bocca a Natalie Portman. Mentre Peter Sarsgaard (col pubblico tutto) guarda e pensa “la prossima volta dirigo io”.

Per evitare il linciaggio, è bene citare il solito e abusato Quentin. Ne Le Iene, cosa sarebbe la famosa, famigerata e famagosta scena della tortura al poliziotto senza la beffarda Stuck In The Middle With You ad accompagnare le movenze maniacal-danzerecce del buon Michael Madsen? Il connubio cinemusicale è così azzeccato che a nessuno frega delle sofferenze del buon Marvin Nash. “E che sarà mai per un orecchio???”.

E che sarà mai anche un attacco zombie, con un juke box a disposizione che accidentalmente lancia uno dei mille capolavori di Freddie Mercury & soci? Anzi, cogliendo la palla al balzo Shaun e soci randellano il morto vivente con invidiabile senso del ritmo. Se non è classe questa….

Vi immaginate quanti fiaschi in meno avremmo ottenuto, ai tempi delle scuole medie, se il “ti metti con me?” fosse stato accompagnato dal pezzaccio strappamutande di rito? Kevin Smith in Clerks 2 (ma anche in tutti gli altri film) infila così tante belle note da convincere Rosario Dawson a sposare un Dante sempre più bruttino e paffuto. E da convincere noi che la cosa sia umanamente possibile. Quindi coraggio, sfruttate la filodiffusione e fatevi avanti con l’amato/a anche se le chances, sulla carta, sono poche.

Tanto, dovesse andar male, abbiamo pronta pure la perfetta colonna sonora per una dipartita stilosa.

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Folie à deux

Hey tu. Si ce l’ho con te, Caro. Insistente e non così dolce metà che con una mai accreditata maturità mi prendi da parte e dici “così non va”. Con la supponenza di chi crede di sapere tutto. Non fraintendermi, spesso siamo stati bene insieme: sei stato la mia assicurazione sulle puttanate, sui voli pindarici e i castelli in aria, mi hai risparmiato svolte avventate e a volte svolte stolte. Ogni tanto hai esagerato, come quando nostro figlio è rincasato con quel tatuaggio e ti sei messo a piangere: non ho ancora capito se la tua reazione fosse dovuta all’emozione di vederlo cresciuto o solo cambiato. O se in quel momento avevi già capito come sarebbe andata a finire. Chissà. Quello che so, per quanto poco sia, è che fra le pieghe della tua logica e del tuo pragmatismo paterno manca qualcosa. Non il benessere e le approvazioni, queste cose le hai sempre ottenute con facilità, al contrario di me, e sono sicuro che anche il nostro figliolo ne trarrà giovamento, un giorno.
Oggi però sono qui a dirti che sono stata in disparte troppo tempo, succube di una relazione dove io ero quella sbagliata, quella da tenere a freno, quella che nella vita non aveva e non avrebbe mai combinato nulla.
La rabbia epurata è un anestetico del cazzo, ma l’ho scelto io: tu sei grande e grosso, e quando torni dal lavoro sei pure un po’ incazzato. Conosco tutte le tue cinture a memoria, quando non mi ci picchi, mi ci leghi e rimaniamo così finché non torna la calma.
Così scusa se ti scrivo, ma devo tutelarmi un po’ anch’io.
Quello che voglio dirti è che il nostro ragazzo ultimamente è influenzato eccessivamente dalla tua presenza, non sarà mai poeta ma spero non diventi ragioniere. O peggio, stratega. Lui è fatto così, crede in quello che si è inchiostrato ma la nuca non è la fronte, quello che gli suggerisci eclissa un po’ la sua libertà, la voglia di volare rischia di essere tarpata, la paura di cadere un po’ troppa. E scusa se sembro Jovanotti, ma sai che sono sempre stata un po’ troppo citazionista.
Insomma marito mio, smettila coi “Vola basso”, coi “Pensa concretamente” ma soprattutto basta coi “Vacci piano”. Perché chi va piano va sano e va lontano, ma spesso arriva con una sporta di rimpianti e di occasioni perdute. E cos’è quell’altra stronzata con la quale hai esordito l’altra sera, quando ti parlava di quella ragazza? “Accontentati di quello che viene e non farci caso se dopo un po’ si perde tutto in una bolla di sapone”. Ti piacerebbe se tra 15 giorni il sole non si facesse più vivo? Se i fiori sbocciassero solo per un’estate o due, e poi tanti saluti? O che la tua canzone preferita diventasse afona dopo un mese? Come si può ragionare al risparmio, in certe cose? Io voglio che nostro figlio non freni, intanto che può permetterselo. E se questo lo dovesse condurre a pieni incisivi contro un muro, mi assumerò le mie responsabilità, sarà un dramma assoluto. Ma in caso contrario ad essere assoluto sarà qualcosa di bello. Qualcosa che, affidato a te, lui non potrebbe raggiungere mai. E io a lui voglio bene. Onestamente, molto più di quanto ne voglia a te.
Spero tu possa capire, che si riesca a trovare un compromesso e che tu, Cinio Razio possa per una volta non essere il prepotente capofamiglia, ma un fido alleato.
Ancora un po’ Tua,
“Fol” Lia

Alex L’Ameno: il cinema dell’orrore non è solo l’horror

“Uè zio, ce l’hai un millino?”
(Senza Filtro, 2001)

La frase che apre questa rassegna proviene da Senza Filtro, film di Mimmo Raimondi che narra le peripezie di periferia di Nico e Ray, duo rap che tra mille difficoltà diventa prima duo drogato, poi rapper e infine coppia di giovani uomini. Ispirato agli Articolo 31 e “forte” della presenza dei due componenti J-Ax e Dj-Jed nel cast artistico, il film prova a rappresentare la Barona milanese come il South Bronx, arricchendolo di tipici elementi della cultura giovanile meneghina. Mimmo Raimondi non perde di vista gli elementi che portano dritto al successo: le canne, i Booster e lo slang imbarazzante. Ma soprattutto apre la strada verso un flop che avvisa: “della dura vita del rapper emergente non ce ne frega niente”. Eminem, troppo lontano dalla Barona per sentire il lamentoso grido di Senza Filtro, ci casca e solo un anno dopo prende parte a 8 Mile. Cagata, sì, ma mai quanto il film di Raimondi.

Musica e cinema in Italia si sono spesso alimentati a vicenda: nel 1998 gli 883 stavano imboccando l’inesorabile declino, contemporaneamente alla vertiginosa ascesa della pancia di Max Pezzali. Quale miglior momento, dunque, per raschiare il fondo e lanciare le malinconie da sfigato di Max (a cui tutti, me compreso, vogliamo bene) sul grande schermo?
Il titolo è Jolly Blu, la trama semibiografica, le mignotte tantissime (Natalia Estrada, Alessia Merz, Sabrina Salerno e Kimberly Greene) e le idee poche. Nonostante le canzoni degli 883 “old school”, Jolly Blu ha lo stesso successo del cd solista di Mauro Repetto. Forse meno.

Mentre da noi imperversava la dura legge del gol, nel Regno Unito vigeva quella (sempre dura, da digerire) del quintetto speziato, il pentagono di sbarbine disinibite, le 5 ugole e nessuna d’oro, insomma le Spice Girls. Con le medesime motivazioni di Jolly Blu, viene prodotto Spice World (1997). Il titolo denota senza pudore la scarsa volontà di trovare un pretesto narrativo qualsiasi e conferma il sospetto che si tratti di 93 minuti puramente autoerotici, sfruttamento del marchio, con le cinque pazzerelle che vivono avventure tanto estemporanee quanto noiose. Gli anni 90 stavano finendo, nel modo peggiore.

5 anni dopo (2002) la pop-sensation diventa Britney Spears e anche lei si cucca il suo filmetto, Crossroads. Il perchè di questa produzione è uno dei misteri di Fatima. Britney parla troppo e non ci dà dentro. Particine di Dan Aykroyd e Justin Long: pazzesco cosa non si fa per il pane!!!

A proposito di darci dentro, quale altra logica può avere – se non quella onanista – il capolavoro da salumificio altresì noto come Bambola? Starring la giunonica (ho sempre sognato di usare l’aggettivo da qualche parte!!!) e nostrana Valeria Marini, prosciuttona quanto basta per fare da coerente contraltare all’altro vero protagonista (guardate e capirete), il tronco di mortadella, peraltro più espressivo della bionda partner.
Un’altra che ci dà dentro, bionda e giunonica, è l’immortale Pamela Anderson. A lei tocca un film senza mortadelle ma il suo Barb Wire (1996) è altrettanto disarmante e dichiaratamente impostato sulle rotondità della protagonista. Ma se il film con la Marini (diretto da Bigas Luna) rimane in ambiti drammastupratori, Barb Wire (che si presenta, porca miseria, come un remake post-apocalittico di Casablanca) va oltre e veste – per modo di dire – la Anderson coi panni di una sexy cacciatrice di taglie e proprietaria di uno strip club. Alzi la mano chi l’ha visto. Ok, ora alzi la mano chi l’ha visto non per le tettone.

Se queste amenità su pellicola vi hanno traumatizzato fermatevi qua. Potreste non essere ancora pronti per la Santissima Trinità del brutto, il trittico del trash senza appello, il power trio della bestemmia artistica. In caso contrario, tutto l’orrore raccontato sinora vi sembrerà cartonesco. Ora, gente, si fa sul serio.

Il primo tassello del polittico osceno è costituito da un prodotto passato eccessivamente in sordina e si tratta di Squillo (1996, che anno del cazzo eh??), serratissimo poliziesco-thriller ambientato nel famoso e luridissimo mondo della prostituzione milanese. Di Carlo Vanzina, interpretato dall’immarciscibile Raz Degan, promette di essere un film pieno di azione e di strappone, ma non ha nulla di tutto questo e, a ben guardare, non è neanche meritevole di essere definito film. Degan prova ad essere un Ispettore Callaghan monoespressivo, un Cobra (ancor più) coatto. Finisce ad essere un tamarro peloso di nome Toni Messina. Ma per una minchiata così, forse, è l’ideale.

Troppo Belli (2005), pellicola che esalta la dura gavetta dei modelli Costantino (Vitagliano) e Daniele (Interrante), poteva nascere solo da un’idea di quella testa di cazzo articida di Maurizio Costanzo. Non sapeva però che inconsapevolmente, Troppo Belli sarebbe diventato pietra miliare della comicità involontaria. Durante la tortuosa strada verso il successo, i due bamboccioni (al limite dell’autistico) incontreranno personaggi stereotipati, si faranno rubare le mutande e balleranno vestiti da marinai alla mercè giovani infoiate, si ubriacheranno come dodicenni e non susciteranno la benché minima empatia. Il tutto, senza spettinarsi mai. In un finale pirotecnico, la ex di Costantino si sposa con lo sfigato intellettuale, Daniele rivendica la propria virilità, la cessa diventa figa e si fa Costa. In un tripudio di amore, Gigi D’Alessio canta sui titoli di coda. Come direbbe il suo collega Eros, Troppo Belli “grazie di esistere”.

Cosa potrebbe impedire allora a un capolavoro simile la posizione #1 di questa classifica da cinediscarica? Ma il mio film PRE-FE-RI-TO! Il Die Hard di casa nostra, quell’Alex L’Ariete (2000, Damiano Damiani) interpretato dal Bruce Willis del tortellino, l’uomo che ha fatto dello sfondamento-porta uno sport olimpico assai più gustoso dello sci, l’Albertone nazionale! Alberto Tomba non era un attore professionista e lo sapevamo; che non riuscisse a disancorarsi dal bolognese stretto invece ci era ignoto. Ma il protagonista di questa crime-story (che reindossa la divisa, per l’occasione) non si critica, si ama. E mentre scopriamo la sua passione per il risotto con le erbette, salva la Hunziker da incalliti criminali e fuga i dubbi. Tomba è un attore della madonna. Comico però, come è comico tutto il contesto, che fa assurgere il mio film-amico Alex L’Ariete a status di cult leggendario del “so bad it’s so good” tanto caro a un altro Alex, altro amico.

Hugo Cabret: storia di quattro bambini.

Una sala quasi deserta, il fruscio del proiettore e il buio ad abbracciarti.

Sono le condizioni necessarie, ma non sufficienti, per tornare bambini. Quando si è piccoli, o almeno questo è il mio ricordo, non è vero che si ha una mente sgombra di ossessioni, paure e preoccupazioni. La paura è dietro ogni angolo e si sa benissimo che moriranno i nonni, poi i genitori e poi dovremo avere le forze per costruire qualcosa di nuovo, una nostra famiglia, una nostra sicurezza, un nostro lavoro. Quello che differenzia lo stato infantile da quello adulto è la capacità di ritagliare dei momenti in cui niente di tutto ciò, di brutto, può attaccare i pensieri. Un sonnellino, un gioco, un cartone animato della Disney (nessuno ci aveva ancora detto che erano disseminati di burle sessuali). Del resto, avremmo imparato poi, la serenità non è assenza di preoccupazioni ma la capacità di padroneggiarle e ghettizzarle.

La sala, il fruscio e il buio sono quelli di un cinema che proietta Hugo Cabret, ultimo film di Martin Scorsese in ampio profumo di statuette dorate.

Di bambini ce ne sono quattro.

Il primo è proprio il pluripremiato regista, classe 1942, che dopo una carriera di emozioni rabbiose, di gangster italoamericani, pugili e criminali, dà il buon esempio a molti (troppi) colleghi monocorde e vira su qualcosa di paradossalmente debitore di registi che potrebbero anagraficamente essergli figli. C’è il colore e la leggiadria transalpina di un Jeunet appena meno pindarico, il dolore dell’incompiuto, fisico ed emotivo, di un automa e di un protagonista entrambi un po’ Edward Scissorhands.

Poi c’è un bambino fittizio, Hugo Cabret (un commovente e meraviglioso Asa Butterfield, già ammirato in Il Bambino Con Il Pigiama A Righe), nato da un libro di Brian Selznick, senza genitori, ladruncolo riparatutto, che cerca di sistemare il meccanico lascito del padre defunto. Lui sa che ogni piccolo ingranaggio, di un orologio o del mondo, ha un suo motivo di essere: lo insegnerà a un uomo molto più vecchio e molto più triste di lui, in un racconto in cui l’epicentro non è la fatica del povero Oliver Twist di turno, ma il coraggio di cercare il senso di se stessi e parallelamente l’amore commosso per il cinema, che diventa contemporaneamente ispirazione, mezzo e fine del racconto.

Il terzo è un bambino vero, seduto due file davanti a me. Un casinaro convinto che durante i trailer sputazza popcorn e ride di tutto e tutti. Quando il film comincia, con una panoramica di Parigi e della sua fervente stazione ferroviaria si zittisce e così rimane per due ore. Altro che 3D, la vera magia del cinema, del bel cinema, è questa.

L’ultimo bambino ha 27 anni e nessuna diagnosi di sindrome di Peter Pan può salvarlo: anche lui non fiata per due ore, qua e là lascia qualche lacrima ma non lo dà a vedere. Dimentica le coordinate spazio-temporali e ringrazia un film che omaggia il cinema per quello che racconta e per come lo racconta. Che trascina in una favola dove persino i (pochi) momenti retorici sono impregnati di grazia. Perché come diceva il maestro omaggiato da Scorsese (non lo svelerò certo qui), “il cinema può catturare i sogni”. Quelli che nel sonnellino di bambino, mettevano da parte lo schifo e tutto il resto. Quelli che, una volta su mille, ci regalano davvero la speranza di trovare il nostro posto nel mondo.