Hugo Cabret: storia di quattro bambini.

Una sala quasi deserta, il fruscio del proiettore e il buio ad abbracciarti.

Sono le condizioni necessarie, ma non sufficienti, per tornare bambini. Quando si è piccoli, o almeno questo è il mio ricordo, non è vero che si ha una mente sgombra di ossessioni, paure e preoccupazioni. La paura è dietro ogni angolo e si sa benissimo che moriranno i nonni, poi i genitori e poi dovremo avere le forze per costruire qualcosa di nuovo, una nostra famiglia, una nostra sicurezza, un nostro lavoro. Quello che differenzia lo stato infantile da quello adulto è la capacità di ritagliare dei momenti in cui niente di tutto ciò, di brutto, può attaccare i pensieri. Un sonnellino, un gioco, un cartone animato della Disney (nessuno ci aveva ancora detto che erano disseminati di burle sessuali). Del resto, avremmo imparato poi, la serenità non è assenza di preoccupazioni ma la capacità di padroneggiarle e ghettizzarle.

La sala, il fruscio e il buio sono quelli di un cinema che proietta Hugo Cabret, ultimo film di Martin Scorsese in ampio profumo di statuette dorate.

Di bambini ce ne sono quattro.

Il primo è proprio il pluripremiato regista, classe 1942, che dopo una carriera di emozioni rabbiose, di gangster italoamericani, pugili e criminali, dà il buon esempio a molti (troppi) colleghi monocorde e vira su qualcosa di paradossalmente debitore di registi che potrebbero anagraficamente essergli figli. C’è il colore e la leggiadria transalpina di un Jeunet appena meno pindarico, il dolore dell’incompiuto, fisico ed emotivo, di un automa e di un protagonista entrambi un po’ Edward Scissorhands.

Poi c’è un bambino fittizio, Hugo Cabret (un commovente e meraviglioso Asa Butterfield, già ammirato in Il Bambino Con Il Pigiama A Righe), nato da un libro di Brian Selznick, senza genitori, ladruncolo riparatutto, che cerca di sistemare il meccanico lascito del padre defunto. Lui sa che ogni piccolo ingranaggio, di un orologio o del mondo, ha un suo motivo di essere: lo insegnerà a un uomo molto più vecchio e molto più triste di lui, in un racconto in cui l’epicentro non è la fatica del povero Oliver Twist di turno, ma il coraggio di cercare il senso di se stessi e parallelamente l’amore commosso per il cinema, che diventa contemporaneamente ispirazione, mezzo e fine del racconto.

Il terzo è un bambino vero, seduto due file davanti a me. Un casinaro convinto che durante i trailer sputazza popcorn e ride di tutto e tutti. Quando il film comincia, con una panoramica di Parigi e della sua fervente stazione ferroviaria si zittisce e così rimane per due ore. Altro che 3D, la vera magia del cinema, del bel cinema, è questa.

L’ultimo bambino ha 27 anni e nessuna diagnosi di sindrome di Peter Pan può salvarlo: anche lui non fiata per due ore, qua e là lascia qualche lacrima ma non lo dà a vedere. Dimentica le coordinate spazio-temporali e ringrazia un film che omaggia il cinema per quello che racconta e per come lo racconta. Che trascina in una favola dove persino i (pochi) momenti retorici sono impregnati di grazia. Perché come diceva il maestro omaggiato da Scorsese (non lo svelerò certo qui), “il cinema può catturare i sogni”. Quelli che nel sonnellino di bambino, mettevano da parte lo schifo e tutto il resto. Quelli che, una volta su mille, ci regalano davvero la speranza di trovare il nostro posto nel mondo.

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