Alex L’Ameno: il cinema dell’orrore non è solo l’horror

“Uè zio, ce l’hai un millino?”
(Senza Filtro, 2001)

La frase che apre questa rassegna proviene da Senza Filtro, film di Mimmo Raimondi che narra le peripezie di periferia di Nico e Ray, duo rap che tra mille difficoltà diventa prima duo drogato, poi rapper e infine coppia di giovani uomini. Ispirato agli Articolo 31 e “forte” della presenza dei due componenti J-Ax e Dj-Jed nel cast artistico, il film prova a rappresentare la Barona milanese come il South Bronx, arricchendolo di tipici elementi della cultura giovanile meneghina. Mimmo Raimondi non perde di vista gli elementi che portano dritto al successo: le canne, i Booster e lo slang imbarazzante. Ma soprattutto apre la strada verso un flop che avvisa: “della dura vita del rapper emergente non ce ne frega niente”. Eminem, troppo lontano dalla Barona per sentire il lamentoso grido di Senza Filtro, ci casca e solo un anno dopo prende parte a 8 Mile. Cagata, sì, ma mai quanto il film di Raimondi.

Musica e cinema in Italia si sono spesso alimentati a vicenda: nel 1998 gli 883 stavano imboccando l’inesorabile declino, contemporaneamente alla vertiginosa ascesa della pancia di Max Pezzali. Quale miglior momento, dunque, per raschiare il fondo e lanciare le malinconie da sfigato di Max (a cui tutti, me compreso, vogliamo bene) sul grande schermo?
Il titolo è Jolly Blu, la trama semibiografica, le mignotte tantissime (Natalia Estrada, Alessia Merz, Sabrina Salerno e Kimberly Greene) e le idee poche. Nonostante le canzoni degli 883 “old school”, Jolly Blu ha lo stesso successo del cd solista di Mauro Repetto. Forse meno.

Mentre da noi imperversava la dura legge del gol, nel Regno Unito vigeva quella (sempre dura, da digerire) del quintetto speziato, il pentagono di sbarbine disinibite, le 5 ugole e nessuna d’oro, insomma le Spice Girls. Con le medesime motivazioni di Jolly Blu, viene prodotto Spice World (1997). Il titolo denota senza pudore la scarsa volontà di trovare un pretesto narrativo qualsiasi e conferma il sospetto che si tratti di 93 minuti puramente autoerotici, sfruttamento del marchio, con le cinque pazzerelle che vivono avventure tanto estemporanee quanto noiose. Gli anni 90 stavano finendo, nel modo peggiore.

5 anni dopo (2002) la pop-sensation diventa Britney Spears e anche lei si cucca il suo filmetto, Crossroads. Il perchè di questa produzione è uno dei misteri di Fatima. Britney parla troppo e non ci dà dentro. Particine di Dan Aykroyd e Justin Long: pazzesco cosa non si fa per il pane!!!

A proposito di darci dentro, quale altra logica può avere – se non quella onanista – il capolavoro da salumificio altresì noto come Bambola? Starring la giunonica (ho sempre sognato di usare l’aggettivo da qualche parte!!!) e nostrana Valeria Marini, prosciuttona quanto basta per fare da coerente contraltare all’altro vero protagonista (guardate e capirete), il tronco di mortadella, peraltro più espressivo della bionda partner.
Un’altra che ci dà dentro, bionda e giunonica, è l’immortale Pamela Anderson. A lei tocca un film senza mortadelle ma il suo Barb Wire (1996) è altrettanto disarmante e dichiaratamente impostato sulle rotondità della protagonista. Ma se il film con la Marini (diretto da Bigas Luna) rimane in ambiti drammastupratori, Barb Wire (che si presenta, porca miseria, come un remake post-apocalittico di Casablanca) va oltre e veste – per modo di dire – la Anderson coi panni di una sexy cacciatrice di taglie e proprietaria di uno strip club. Alzi la mano chi l’ha visto. Ok, ora alzi la mano chi l’ha visto non per le tettone.

Se queste amenità su pellicola vi hanno traumatizzato fermatevi qua. Potreste non essere ancora pronti per la Santissima Trinità del brutto, il trittico del trash senza appello, il power trio della bestemmia artistica. In caso contrario, tutto l’orrore raccontato sinora vi sembrerà cartonesco. Ora, gente, si fa sul serio.

Il primo tassello del polittico osceno è costituito da un prodotto passato eccessivamente in sordina e si tratta di Squillo (1996, che anno del cazzo eh??), serratissimo poliziesco-thriller ambientato nel famoso e luridissimo mondo della prostituzione milanese. Di Carlo Vanzina, interpretato dall’immarciscibile Raz Degan, promette di essere un film pieno di azione e di strappone, ma non ha nulla di tutto questo e, a ben guardare, non è neanche meritevole di essere definito film. Degan prova ad essere un Ispettore Callaghan monoespressivo, un Cobra (ancor più) coatto. Finisce ad essere un tamarro peloso di nome Toni Messina. Ma per una minchiata così, forse, è l’ideale.

Troppo Belli (2005), pellicola che esalta la dura gavetta dei modelli Costantino (Vitagliano) e Daniele (Interrante), poteva nascere solo da un’idea di quella testa di cazzo articida di Maurizio Costanzo. Non sapeva però che inconsapevolmente, Troppo Belli sarebbe diventato pietra miliare della comicità involontaria. Durante la tortuosa strada verso il successo, i due bamboccioni (al limite dell’autistico) incontreranno personaggi stereotipati, si faranno rubare le mutande e balleranno vestiti da marinai alla mercè giovani infoiate, si ubriacheranno come dodicenni e non susciteranno la benché minima empatia. Il tutto, senza spettinarsi mai. In un finale pirotecnico, la ex di Costantino si sposa con lo sfigato intellettuale, Daniele rivendica la propria virilità, la cessa diventa figa e si fa Costa. In un tripudio di amore, Gigi D’Alessio canta sui titoli di coda. Come direbbe il suo collega Eros, Troppo Belli “grazie di esistere”.

Cosa potrebbe impedire allora a un capolavoro simile la posizione #1 di questa classifica da cinediscarica? Ma il mio film PRE-FE-RI-TO! Il Die Hard di casa nostra, quell’Alex L’Ariete (2000, Damiano Damiani) interpretato dal Bruce Willis del tortellino, l’uomo che ha fatto dello sfondamento-porta uno sport olimpico assai più gustoso dello sci, l’Albertone nazionale! Alberto Tomba non era un attore professionista e lo sapevamo; che non riuscisse a disancorarsi dal bolognese stretto invece ci era ignoto. Ma il protagonista di questa crime-story (che reindossa la divisa, per l’occasione) non si critica, si ama. E mentre scopriamo la sua passione per il risotto con le erbette, salva la Hunziker da incalliti criminali e fuga i dubbi. Tomba è un attore della madonna. Comico però, come è comico tutto il contesto, che fa assurgere il mio film-amico Alex L’Ariete a status di cult leggendario del “so bad it’s so good” tanto caro a un altro Alex, altro amico.

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