Il mio amico R.D.E., da Busto Garolfo.

7 Aprile 2012, Busto Garolfo (Mi)

Il mio nome è Renato Di Enea. Ho quattordici anni e, anche se guardandomi non lo direste mai, tra un po’ di tempo cambierò il mondo.

Per ora sono una costellazione di brufoli sul cui sfondo si delineano gli scombinati connotati dell’adolescente di provincia medio, anonimo quanto basta per non essere notato dalle ragazze ma non abbastanza per non essere notato dai bulletti di classe, scuola, quartiere e variedeventuali.

Oggi è stato un brutto giorno: Elisa, la ragazza che amo, mi ha detto che sono così brutto che piuttosto che darmi un bacio si farebbe violentare da Sandro.

Sandro è il bidello del nostro istituto: ha il fisico di Jabba The Hutt e l’alito di Chewbecca. Penso che Chewbecca abbia un alito cattivo perché secondo me si nutre di cibo per cani.

Comunque, quando me l’ha detto, in quel preciso istante, ho capito che la natura ha un modo crudele per insegnarci le sue logiche. Oggi l’insegnamento è: se vuoi qualcosa che non potrai avere in nessun modo sinora conosciuto, inventatene uno nuovo o passa una stanca ed anonima vita rivedendo Guerre Stellari finchè la morte (nera) non sopraggiunge.

Peccato, perché una ragazza non l’ho mai avuta ed Elisa è proprio carina.

Per dimenticare l’episodio sono andato in biblioteca e ho preso un libro di un certo Hans Spemann. Lui è un embriologo tedesco. Iniziate a capire perché non sono molto popolare, vero? Beh Hans tanti anni fa scompose l’embrione di una salamandra dando vita a due distinti esseri viventi. In pratica, clonò il primo essere vivente. Mi sa che neanche Hans era granché popolare, ai suoi remoti tempi. Forse non ha mai avuto una ragazza, proprio come me. Forse amava le sue salamandre, e tanto gli bastava.

Fatto sta che è grazie a lui che vincerò un Nobel e una delle quattordici statue a me dedicate sarà più alta della Statua della Libertà.

7 aprile 2032, Seattle (9129 km da Busto Garolfo)

Il libro di Spemann, quello che ho preso in prestito alla biblioteca di Busto Garolfo vent’anni fa, l’ho restituito come si addice a un civile cittadino. La copia che campeggia sulla mia scrivania di resistentissimo mogano è un’edizione rilegata e da collezione. Manca una dedica, ma per motivi anagrafici non ho mai potuto conoscere il mio ispiratore. Se ci fosse, reciterebbe “A Renato, l’uomo che rese la clonazione umana realtà. Con affetto, Hans”.

Già perché mentre quella puttana di Elisa limonava con i bellimbusti che mi picchiavano, io ho pensato che “geni” e “genii” fossero due parole troppo simili per non essere una la chiave dell’altra. E così ben prima della maturità sapevo già tutto quello che un libro poteva raccontare riguardo la clonazione. Mi mancava un po’ di pratica ma prima della laurea in biologia e della specializzazione nella suddetta e tanto cara embriologia, avevo già tutto quello che mi serviva.

Ricordo che nel duemiladodici si parlava di profezie maya che dicevano che tutto sarebbe finito di lì a poco. Si sbagliavano. Anzi, la scienza ha fatto passi da gigante: io mi sono solo fatto trovare al posto giusto, nel momento giusto, con le nozioni giuste. E la fame di chi o s’ingegna, o s’infogna.

Oggi, signore e signori, colleghi e colleghe, curiosoni che seguite questa mia storica videoconferenza, è un grande passo per l’uomo, per l’umanità ma soprattutto per me: vi presento Rinato, il primo essere umano clonato della storia.

Nell’inquadratura compare un secondo me, forse pure un po’ più carino.

A Busto Garolfo la mia famiglia piange di gioia, Elisa irrora di bile il divano.

In tutto il mondo, coadiuvato dai sottotitoli, il genere umano apprende la notizia e, di lì a poco, mi rende onore ed ammirazione.

7 aprile 2042, sempre Seattle (sempre 9129 km da Busto Garolfo)

In principio fu la speranza di rendere felice chi, come me, non ebbe mai quello che sognava.

Poi fu quell’assegno della Multimedisociotruff, della cospicua cifra di ottocento miliardi di dollari.

Forse cedetti la documentazione e i dati sui miei studi al neonato mercato della clonazione su commissione perché credevo che gli uomini fossero tristi in quanto costantemente orfani di parenti morti, amanti fuggiti e amici persi.

Oppure lo feci per vendetta nei confronti di chi si sentiva unico e prezioso e che in passato mi regalò sofferenza e vuoti incolmabili. “Chi ti credi d’essere? Di ragazze come te ne trovo ad ogni angolo della strada!”, dissi ad Elisa quando, decenni fa, antepose il bidello Sandro al sottoscritto. Ora era proprio così.

Con un giusto compenso, la Multimedisociotruff può fornire copie precise di chiunque esista, a chiunque ne senta il bisogno.

E pagando un piccolo extra, la replica viene arricchita dei ricordi dell’originale. E delle sue emozioni. Arma a doppio taglio, perché se il nonno spirato tornerà a voler bene ai suoi adorati nipotini, la ragazza che ti ha scaricato potrebbe riscaricarti nella sua versione 2.0. E così via.

E’ l’errore che commisi anch’io: creai un’Elisa tutta mia. E poi un’altra. E un’altra ancora. E nessuna era come sognavo che fosse.

7 aprile 2052, San Quintino, California (un miglio – verde – dalla fine)

Lo chiamano “braccio della morte” ma qui la signora con la falce aleggia con tutto il corpo ed è più concreta e dura delle quattro pareti che mi segregano.

Come dicevo, ho commesso qualche errore.

All’inizio le cose filarono lisce: Elisa 2.0 pareva perfetta, quando la presentai ai miei genitori, a Busto Garolfo, la adorarono. Quando conobbe i miei genitori 2.0, a Seattle (nostalgia canaglia), andò addirittura meglio. Poi ad un convegno conobbe il dottor Shang, collega nipponico che (sempre grazie ai portentosi progressi scientifici del ventiduesimo secolo) inventò un’essenza che permetteva di sedurre qualsivoglia forma vivente, bastava volerlo. C’era la versione etero, quella gay e pure la versione zoofila che però venne osteggiata da alcuni partiti conservatori. Beh, per farla breve Elisa 2.0 si innamorò di lui e scapparono insieme a Rio De Janeiro (9177 km da Busto G., 11113 da Seattle)

Quel giorno capiì che avrei dovuto limitare la componente-troia nel dosaggio della clonazione.

Elisa 3.0 nacque così meno volubile e più priva di volontà: così remissiva che quando il mio vicino di casa la abbordò, non mosse un dito per respingerlo. E poi dicono che il tre è il numero perfetto.

Con Elisa 4.0 fui ancora più rigido: aveva la personalità di un’ameba e non facevamo altro che stare in casa, fare l’amore e tornare (ma solo una volta all’anno) nella natia Busto Garolfo per trovare due dei miei quattro genitori. Fu lì che scoprii che sette dei miei compaesani si crearono la loro Elisa (che era popolare, ma non credevo fino a quel punto!). E fu sempre lì che scoprii che la scienza, per quanto in pieno progresso, può molto ma non tutto.

Ad esempio non può prevedere ed arginare la frustrazione e l’esponenziale gelosia di un uomo, moltiplicata per undici. Undici Elise, undici omicidi. Compresa l’originale, già che c’ero. Certo, mi costò tempo e denaro l’Elisa-tour, ma in quel momento non riuscivo davvero a pensare a un modo migliore per spendere parte di quegli ottocento miliardi di dollari ricevuti dalla Multimedisociotruff.

Ora vado a dormire, spero che il mio compagno di cella stanotte non russi troppo. Anche lui è condannato a morte per clonicidio plurimo. Si chiama Alexander e, prima di uccidere la sua exmoglie 2.0, faceva il bidello in una scuola appena fuori Los Angeles. Non solo russa, è anche grasso. E gli puzza l’alito. Ci sono cose che la scienza non può prevedere.