Disillucio Battisti

Il mio amico Lucio diceva di volere dieci ragazze. Gli rispondevo sempre: ok, ma hai presente cosa significhino 10 compleanni, 10 onomastici, 10 anniversari e magari (se ti capitano particolarmente psicotiche) pure 120 mesiversari? E alla festa della donna che fai? Ti tocca disboscare una piantagione di mimose. No, lascia stare.

Ma Lucio non mi ha mai dato ascolto.

ImageDella prima fu entusiasta: mi disse che da quando c’era lei tutto questo non c’era più… Non so a cosa si riferisse, ma aggiungeva “posso finalmente bere”… Poi iniziò a farlo per sopportare lei e i suoi occhi non troppo innocenti, tornò in qualche bar e io e gli altri tre amici lo recuperammo ad un ricciolo dalla cirrosi.

Poi venne Linda, andavano sempre a ballare. Una sera però lei iniziò a ballare con un altro. Il gioco di bacino fece il resto. Non è vero che non sapeva mentire mai.

Arrivò la terza, una donna che sembrava non essere solo un’avventura. Lucio diceva “sei mia, fino a quando gli occhi miei avran luce per guardare gli occhi tuoi”. Ci dev’essere stato un blackout, evidentemente.

Per non parlare di Francesca, che ebbe la grande idea di flirtare con un altro sotto casa mia. Andai subito a dirlo a Lucio ma lui dubitava della mia parola… Si scoprì che avevo ragione e che il vestito rosso (che si tolse di lì a poco) era proprio il suo.

Fu un duro colpo, ma mai quanto Anna, la quinta: fu un rapporto fugace, diceva di amarla perché “quanti e quanti sì ha gridato lei”! Una sera Lucio è tornato prima dal lavoro e ha sentito quegli stessi appassionati “sì” provenire dalla camera da letto. E non gli ha neanche mai preparato il caffè…

Quella successiva fu un altro disastro: aveva “i problemi di donna”, diceva lei. Seghe mentali, dicevo io. Fece a Lucio il classico discorso del “il problema non sei tu, sono io”. Lui la prese così, non ne fece un dramma. Uscì di casa, di notte, viaggiando a fari spenti. Mi disse: “vediamo se poi è tanto difficile morire”. “Ok Lu, però fammi scendere prima” risposi.

Si riprese a marzo, quando conobbe una bella ragazza. Sembrava una tipa a posto, invece era una sanguisuga che sperperò tutti i soldi di Lucio in gelati. Al 21 del mese i soldi erano già finiti e lei lo lasciò per un imprenditore che non aveva problemi a tirare fine mese e non chiedeva mai “che giorno è?”.

L’estate gli portò l’ottava delusione, una giovane dalle bionde trecce e gli occhi azzurri. “Quante braccia ti hanno stretta?” le chiese. “112” rispose “ma di che t’impicci? Sono una donna ormai.” Una bagascia, piuttosto. La fiamma si spense rapidamente.

Si rivolse allora a uno di quei siti per incontri… Conobbe una filippina che giunse in Italia e si insediò a casa sua. Non funzionò e lei si dimostrò anche una pessima colf. Non potò il melo, lasciò polvere dappertutto e i piatti sporchi da lavare. Però come stirava le camicie lei… Se ne tornò nel suo paese e Lucio vendette casa. Forse perché quella casa aveva visto amore. O forse per tornare da mammà.

L’ultima, la decima, fu fortunatamente il momento di lucidità.
Al posto di scegliere una donna per amico ha scelto un amico per donna. Lui si chiama Giulio ma tutti lo chiamano con uno strano nomignolo che mi ricorda le Giovani Marmotte. Sembrano fatti l’uno per l’altro.

Sento che faranno grandi cose insieme.

Dedicato a Lucio & Mogol e ispirato dalle seguenti poesie:

–       Dieci Ragazze

–       Acqua Azzurra, Acqua Chiara

–       Balla Linda

–       Un’Avventura

–       Non E’ Francesca

–       Anna

–       Prendila Così

–       Emozioni

–       I Giardini Di Marzo

–       La Canzone Del Sole

–       Vendo Casa

–       Una Donna Per Amico

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La Concorrenza

Solitamente non sopporto le sterili conversazioni in aereo, con l’occasionale vicino di posto. Una volta esaurita la sacra trilogia del nulla (condizioni meteorologiche, sport e culo della hostess), c’è poco da spremere.

Però Mohammed è un tipo simpatico, parla tante lingue, tutte male, guarda la mia valigetta e mi chiede che lavoro faccio. Gli rispondo che sono un rappresentante, poi ricambio il quesito, perché anche lui ha una valigetta da impiegato, ma non ne ha l’aspetto. L’aspetto è quello di un ragazzo povero, trasandato, forse disoccupato. Mi dice che è un insegnante.

Nel tragitto verso la Grande Mela, mi racconta quasi tutta la sua vita e io ricambio, non ho voglia di stare sulle mie, non oggi.

Poi, ad un tratto, si rabbuia, capovolge l’assetto ilare, con tono sommesso si sporge verso il mio orecchio e mi dice: “Senti bello, la situazione sta diventando un po’ complicata. Sei un tipo molto simpatico, parlerei con te per ore, e mi piacerebbe tu avessi una vita piacevole e lunga. Però vedi, sono su questo aereo per conto di Al Qaeda. Io e quei due signori che vedi in terza fila, quelli che stanno bevendo il cappuccino, tra esattamente dieci minuti ci alzeremo, urleremo che l’America è piccola e Allah è grande e dirotteremo questo aereo contro una delle Torri Gemelle. Dopo decidiamo quale. Purtroppo è il nostro lavoro, spero capirai. Nessun rancore, vero?”

Lo guardo impietrito: “ma non eri un insegnante?”

Mohammed, serafico, risponde: “beh si, nel senso che insegno il volere dei miei capi a voi stronzi infedeli. L’ho fatta un po’ sporca, è vero, ma non volevo terrorizzarti prima del tempo”.

Rimango di ghiaccio, immobilizzato. Ma non per il motivo che lui – e voi – credete.
E’ che un po’ sporca l’ho fatta anch’io: non è che io sia proprio un rappresentante. Semmai, rappresento il Governo degli Stati Uniti D’America.  E io, più americano dell’hotdog, sono su questo volo per alzarmi di colpo, dire che Allah è grande, farneticare riguardo il castigo talebano e fornire il miglior alibi del mondo all’occidente per prendersela con tutte quelle fastidiose nazioni il cui nome finisce per –stan.

E la presenza di Mohammed, va da sé, mi scombussola i piani.

Gli spiego la curiosa coincidenza e lui scoppia a ridere.

“Che cazzo ridi?”, gli sussurro con tono infastidito “Non capisci che così, nessuno di noi due riuscirà nel suo intento? Tu non avrai il tuo harem di mignotte, nell’aldilà, perché tecnicamente questo aereo lo faccio esplodere io. E io , porca puttana, sto deflagrando invano, dal momento che ci avreste già pensato voi. La cosa è alquanto fastidiosa, se permetti.”

Mohammed torna serio. “In effetti” dice “morirai per nulla. Però vedila dal mio punto di vista, la stessa cosa vale per me. Sarei potuto restare al calduccio, a casa mia, a fare le sabbiature. Ma come facevamo a immaginare che foste un Paese così imbecille da autodirottare un aereo e attribuire il merito a noi?”

“La colpa…” puntualizzo.

“Vedila come ti pare.”

Mi faccio prendere dallo sconforto: “Vabbeh senti Mohammed. L’importante è che quello che sappiamo noi non esca da questo aereo. E onestamente, visti i nostri piani, la vedo dura. Lasciamo che il mondo congetturi, che la storia decida, che i nostri datori di lavoro se la vedano fra loro.”

“D’accordo. Ma chi fa la commedia? Vai tu, hai la faccia più rassicurante.”

“Uff, che palle. Senti tu sei più vicino al corridoio, dovrei farti alzare. Facciamo che lo dirotti tu.”

La situazione non si sblocca. Mohammed sorride, fruga in tasca. Estrae un nichelino. “Testa vado io, croce tu. Comunque vada, sarà un successo.”

Il mio amico R.D.E., da Busto Garolfo.

7 Aprile 2012, Busto Garolfo (Mi)

Il mio nome è Renato Di Enea. Ho quattordici anni e, anche se guardandomi non lo direste mai, tra un po’ di tempo cambierò il mondo.

Per ora sono una costellazione di brufoli sul cui sfondo si delineano gli scombinati connotati dell’adolescente di provincia medio, anonimo quanto basta per non essere notato dalle ragazze ma non abbastanza per non essere notato dai bulletti di classe, scuola, quartiere e variedeventuali.

Oggi è stato un brutto giorno: Elisa, la ragazza che amo, mi ha detto che sono così brutto che piuttosto che darmi un bacio si farebbe violentare da Sandro.

Sandro è il bidello del nostro istituto: ha il fisico di Jabba The Hutt e l’alito di Chewbecca. Penso che Chewbecca abbia un alito cattivo perché secondo me si nutre di cibo per cani.

Comunque, quando me l’ha detto, in quel preciso istante, ho capito che la natura ha un modo crudele per insegnarci le sue logiche. Oggi l’insegnamento è: se vuoi qualcosa che non potrai avere in nessun modo sinora conosciuto, inventatene uno nuovo o passa una stanca ed anonima vita rivedendo Guerre Stellari finchè la morte (nera) non sopraggiunge.

Peccato, perché una ragazza non l’ho mai avuta ed Elisa è proprio carina.

Per dimenticare l’episodio sono andato in biblioteca e ho preso un libro di un certo Hans Spemann. Lui è un embriologo tedesco. Iniziate a capire perché non sono molto popolare, vero? Beh Hans tanti anni fa scompose l’embrione di una salamandra dando vita a due distinti esseri viventi. In pratica, clonò il primo essere vivente. Mi sa che neanche Hans era granché popolare, ai suoi remoti tempi. Forse non ha mai avuto una ragazza, proprio come me. Forse amava le sue salamandre, e tanto gli bastava.

Fatto sta che è grazie a lui che vincerò un Nobel e una delle quattordici statue a me dedicate sarà più alta della Statua della Libertà.

7 aprile 2032, Seattle (9129 km da Busto Garolfo)

Il libro di Spemann, quello che ho preso in prestito alla biblioteca di Busto Garolfo vent’anni fa, l’ho restituito come si addice a un civile cittadino. La copia che campeggia sulla mia scrivania di resistentissimo mogano è un’edizione rilegata e da collezione. Manca una dedica, ma per motivi anagrafici non ho mai potuto conoscere il mio ispiratore. Se ci fosse, reciterebbe “A Renato, l’uomo che rese la clonazione umana realtà. Con affetto, Hans”.

Già perché mentre quella puttana di Elisa limonava con i bellimbusti che mi picchiavano, io ho pensato che “geni” e “genii” fossero due parole troppo simili per non essere una la chiave dell’altra. E così ben prima della maturità sapevo già tutto quello che un libro poteva raccontare riguardo la clonazione. Mi mancava un po’ di pratica ma prima della laurea in biologia e della specializzazione nella suddetta e tanto cara embriologia, avevo già tutto quello che mi serviva.

Ricordo che nel duemiladodici si parlava di profezie maya che dicevano che tutto sarebbe finito di lì a poco. Si sbagliavano. Anzi, la scienza ha fatto passi da gigante: io mi sono solo fatto trovare al posto giusto, nel momento giusto, con le nozioni giuste. E la fame di chi o s’ingegna, o s’infogna.

Oggi, signore e signori, colleghi e colleghe, curiosoni che seguite questa mia storica videoconferenza, è un grande passo per l’uomo, per l’umanità ma soprattutto per me: vi presento Rinato, il primo essere umano clonato della storia.

Nell’inquadratura compare un secondo me, forse pure un po’ più carino.

A Busto Garolfo la mia famiglia piange di gioia, Elisa irrora di bile il divano.

In tutto il mondo, coadiuvato dai sottotitoli, il genere umano apprende la notizia e, di lì a poco, mi rende onore ed ammirazione.

7 aprile 2042, sempre Seattle (sempre 9129 km da Busto Garolfo)

In principio fu la speranza di rendere felice chi, come me, non ebbe mai quello che sognava.

Poi fu quell’assegno della Multimedisociotruff, della cospicua cifra di ottocento miliardi di dollari.

Forse cedetti la documentazione e i dati sui miei studi al neonato mercato della clonazione su commissione perché credevo che gli uomini fossero tristi in quanto costantemente orfani di parenti morti, amanti fuggiti e amici persi.

Oppure lo feci per vendetta nei confronti di chi si sentiva unico e prezioso e che in passato mi regalò sofferenza e vuoti incolmabili. “Chi ti credi d’essere? Di ragazze come te ne trovo ad ogni angolo della strada!”, dissi ad Elisa quando, decenni fa, antepose il bidello Sandro al sottoscritto. Ora era proprio così.

Con un giusto compenso, la Multimedisociotruff può fornire copie precise di chiunque esista, a chiunque ne senta il bisogno.

E pagando un piccolo extra, la replica viene arricchita dei ricordi dell’originale. E delle sue emozioni. Arma a doppio taglio, perché se il nonno spirato tornerà a voler bene ai suoi adorati nipotini, la ragazza che ti ha scaricato potrebbe riscaricarti nella sua versione 2.0. E così via.

E’ l’errore che commisi anch’io: creai un’Elisa tutta mia. E poi un’altra. E un’altra ancora. E nessuna era come sognavo che fosse.

7 aprile 2052, San Quintino, California (un miglio – verde – dalla fine)

Lo chiamano “braccio della morte” ma qui la signora con la falce aleggia con tutto il corpo ed è più concreta e dura delle quattro pareti che mi segregano.

Come dicevo, ho commesso qualche errore.

All’inizio le cose filarono lisce: Elisa 2.0 pareva perfetta, quando la presentai ai miei genitori, a Busto Garolfo, la adorarono. Quando conobbe i miei genitori 2.0, a Seattle (nostalgia canaglia), andò addirittura meglio. Poi ad un convegno conobbe il dottor Shang, collega nipponico che (sempre grazie ai portentosi progressi scientifici del ventiduesimo secolo) inventò un’essenza che permetteva di sedurre qualsivoglia forma vivente, bastava volerlo. C’era la versione etero, quella gay e pure la versione zoofila che però venne osteggiata da alcuni partiti conservatori. Beh, per farla breve Elisa 2.0 si innamorò di lui e scapparono insieme a Rio De Janeiro (9177 km da Busto G., 11113 da Seattle)

Quel giorno capiì che avrei dovuto limitare la componente-troia nel dosaggio della clonazione.

Elisa 3.0 nacque così meno volubile e più priva di volontà: così remissiva che quando il mio vicino di casa la abbordò, non mosse un dito per respingerlo. E poi dicono che il tre è il numero perfetto.

Con Elisa 4.0 fui ancora più rigido: aveva la personalità di un’ameba e non facevamo altro che stare in casa, fare l’amore e tornare (ma solo una volta all’anno) nella natia Busto Garolfo per trovare due dei miei quattro genitori. Fu lì che scoprii che sette dei miei compaesani si crearono la loro Elisa (che era popolare, ma non credevo fino a quel punto!). E fu sempre lì che scoprii che la scienza, per quanto in pieno progresso, può molto ma non tutto.

Ad esempio non può prevedere ed arginare la frustrazione e l’esponenziale gelosia di un uomo, moltiplicata per undici. Undici Elise, undici omicidi. Compresa l’originale, già che c’ero. Certo, mi costò tempo e denaro l’Elisa-tour, ma in quel momento non riuscivo davvero a pensare a un modo migliore per spendere parte di quegli ottocento miliardi di dollari ricevuti dalla Multimedisociotruff.

Ora vado a dormire, spero che il mio compagno di cella stanotte non russi troppo. Anche lui è condannato a morte per clonicidio plurimo. Si chiama Alexander e, prima di uccidere la sua exmoglie 2.0, faceva il bidello in una scuola appena fuori Los Angeles. Non solo russa, è anche grasso. E gli puzza l’alito. Ci sono cose che la scienza non può prevedere.

Folie à deux

Hey tu. Si ce l’ho con te, Caro. Insistente e non così dolce metà che con una mai accreditata maturità mi prendi da parte e dici “così non va”. Con la supponenza di chi crede di sapere tutto. Non fraintendermi, spesso siamo stati bene insieme: sei stato la mia assicurazione sulle puttanate, sui voli pindarici e i castelli in aria, mi hai risparmiato svolte avventate e a volte svolte stolte. Ogni tanto hai esagerato, come quando nostro figlio è rincasato con quel tatuaggio e ti sei messo a piangere: non ho ancora capito se la tua reazione fosse dovuta all’emozione di vederlo cresciuto o solo cambiato. O se in quel momento avevi già capito come sarebbe andata a finire. Chissà. Quello che so, per quanto poco sia, è che fra le pieghe della tua logica e del tuo pragmatismo paterno manca qualcosa. Non il benessere e le approvazioni, queste cose le hai sempre ottenute con facilità, al contrario di me, e sono sicuro che anche il nostro figliolo ne trarrà giovamento, un giorno.
Oggi però sono qui a dirti che sono stata in disparte troppo tempo, succube di una relazione dove io ero quella sbagliata, quella da tenere a freno, quella che nella vita non aveva e non avrebbe mai combinato nulla.
La rabbia epurata è un anestetico del cazzo, ma l’ho scelto io: tu sei grande e grosso, e quando torni dal lavoro sei pure un po’ incazzato. Conosco tutte le tue cinture a memoria, quando non mi ci picchi, mi ci leghi e rimaniamo così finché non torna la calma.
Così scusa se ti scrivo, ma devo tutelarmi un po’ anch’io.
Quello che voglio dirti è che il nostro ragazzo ultimamente è influenzato eccessivamente dalla tua presenza, non sarà mai poeta ma spero non diventi ragioniere. O peggio, stratega. Lui è fatto così, crede in quello che si è inchiostrato ma la nuca non è la fronte, quello che gli suggerisci eclissa un po’ la sua libertà, la voglia di volare rischia di essere tarpata, la paura di cadere un po’ troppa. E scusa se sembro Jovanotti, ma sai che sono sempre stata un po’ troppo citazionista.
Insomma marito mio, smettila coi “Vola basso”, coi “Pensa concretamente” ma soprattutto basta coi “Vacci piano”. Perché chi va piano va sano e va lontano, ma spesso arriva con una sporta di rimpianti e di occasioni perdute. E cos’è quell’altra stronzata con la quale hai esordito l’altra sera, quando ti parlava di quella ragazza? “Accontentati di quello che viene e non farci caso se dopo un po’ si perde tutto in una bolla di sapone”. Ti piacerebbe se tra 15 giorni il sole non si facesse più vivo? Se i fiori sbocciassero solo per un’estate o due, e poi tanti saluti? O che la tua canzone preferita diventasse afona dopo un mese? Come si può ragionare al risparmio, in certe cose? Io voglio che nostro figlio non freni, intanto che può permetterselo. E se questo lo dovesse condurre a pieni incisivi contro un muro, mi assumerò le mie responsabilità, sarà un dramma assoluto. Ma in caso contrario ad essere assoluto sarà qualcosa di bello. Qualcosa che, affidato a te, lui non potrebbe raggiungere mai. E io a lui voglio bene. Onestamente, molto più di quanto ne voglia a te.
Spero tu possa capire, che si riesca a trovare un compromesso e che tu, Cinio Razio possa per una volta non essere il prepotente capofamiglia, ma un fido alleato.
Ancora un po’ Tua,
“Fol” Lia