Quella Casa Nel Bosco

tratto dal sito The Reign Of Horror (www.alexvisani.com), un personale tributo al film dell’orrore più geniale e creativo degli ultimi tempi, prevedibilmente ignorato dalla massa.

QUELLA CASA NEL BOSCO (THE CABIN IN THE WOODS) di Drew Goddard

ImageGli ingredienti c’erano tutti: un titolo familiare e un po’ generico, una scrittura sapiente (Drew Goddard, già sceneggiatore di Cloverfield) e una locandina enigmatica e suggestiva.

Nonostante la lunga gestazione – girato nel 2009, conteso tra il tre e il duedì (fortunatamente l’ha spuntata quest’ultimo) e distribuito soltanto quest’anno – Quella Casa Nel Bosco si profilava come il classico titolo con allegata l’etichetta, talvolta scomoda, di “next big thing” del cinema horror.
Gigantesche aspettative, raffica dirumours e congetture sulla sinossi di un film che al di là del nome pareva troppo autoriale ed ambizioso per essere un banale ricalco dell’horror boschivo à la Raimi.
Eppure il film diretto da Goddard (e scritto con il versatile sceneggiatore Josh Whedon, The Avengers, Buffy, Toy Story) nella prima mezzora sembra proprio un remake di Evil Dead, con un canonico quintetto giovane e vizioso che parte per il weekend che sarà “il più bello della nostra vita” verso una catapecchia immersa nel bosco di un’America allo stato brado.
C’è la ragazza promiscua che si accoppia con l’atleta (Chris Hemsworth, Thor, The Avengers), lo sballato (Fran Kranz, The Village) e il secchione sensibile che farà breccia nel cuore dell’ultimo e più meditabondo membro della comitiva, vale a dire la verginella (Kristen Connolly, E Venne Il Giorno).
Dopo un incontro ravvicinato con l’altrettanto proverbiale redneck alla pompa di benzina, i cinque arrivano al cottage che li ospiterà: manco a dirlo la baracca cade a pezzi ed è munita di uno scantinato che più lugubre non si può, che puzza di muffa e – soprattutto – di già visto: ma proprio lì il destino dei protagonisti viene segnato da un meccanismo oscuro ed imprevedibile: qui il film vira bruscamente, calano le tenebre e degli zombies circondano la casetta e si mangiucchiano un po’ di ospiti. Prima Raimi, ora Romero… che altro? No, le cose sono molto più contorte e terrificanti di quanto sembri, la verità è un orrore che cresce esponenzialmente, così come il ritmo e la qualità del film, puro capolavoro moderno del genere, che non tradisce le attese ma addirittura le travalica. Tessendo una ragnatela di inganni in un film che, in ultima analisi può essere letta come una brillante gigametafora del cinema horror.

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Attenzione però: non si tratta di solo mistero e non è un mero metagingillo: Quella Casa Nel Bosco è divertente, beffardo e spaventoso. Gronda sangue e risate, stordisce come un vuoto d’aria (malsana) che mozza il fiato.
Pura linfa vitale per un affiliato dell’horror-club, irresistibile tranello per chi ancora non lo è (e probabilmente lo diverrà, dopo la visione). La prima regia di Goddard è tecnicamente e artisticamente ineccepibile, pazza e cruda idea grandguignolesca.
Che, seppur nella sua originale ed istrionica veste, non rinuncia a citare i già citati capolavori del passato, nonché molti dei suoi protagonisti. Andando oltre, rinnovando (e stravolgendo) deiclichés, giocando con essi e situandoli in un contenitore tecnologicamente avanzato e diabolicamente inimmaginabile. Il miglior film horror dei tempi recenti.
Bando dunque alle nostalgie per i capolavori delle decadi lontane: ora avete il vostro cult, il vostro classico. Una bellissima “Casa” tutta vostra.

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Il mio amico R.D.E., da Busto Garolfo.

7 Aprile 2012, Busto Garolfo (Mi)

Il mio nome è Renato Di Enea. Ho quattordici anni e, anche se guardandomi non lo direste mai, tra un po’ di tempo cambierò il mondo.

Per ora sono una costellazione di brufoli sul cui sfondo si delineano gli scombinati connotati dell’adolescente di provincia medio, anonimo quanto basta per non essere notato dalle ragazze ma non abbastanza per non essere notato dai bulletti di classe, scuola, quartiere e variedeventuali.

Oggi è stato un brutto giorno: Elisa, la ragazza che amo, mi ha detto che sono così brutto che piuttosto che darmi un bacio si farebbe violentare da Sandro.

Sandro è il bidello del nostro istituto: ha il fisico di Jabba The Hutt e l’alito di Chewbecca. Penso che Chewbecca abbia un alito cattivo perché secondo me si nutre di cibo per cani.

Comunque, quando me l’ha detto, in quel preciso istante, ho capito che la natura ha un modo crudele per insegnarci le sue logiche. Oggi l’insegnamento è: se vuoi qualcosa che non potrai avere in nessun modo sinora conosciuto, inventatene uno nuovo o passa una stanca ed anonima vita rivedendo Guerre Stellari finchè la morte (nera) non sopraggiunge.

Peccato, perché una ragazza non l’ho mai avuta ed Elisa è proprio carina.

Per dimenticare l’episodio sono andato in biblioteca e ho preso un libro di un certo Hans Spemann. Lui è un embriologo tedesco. Iniziate a capire perché non sono molto popolare, vero? Beh Hans tanti anni fa scompose l’embrione di una salamandra dando vita a due distinti esseri viventi. In pratica, clonò il primo essere vivente. Mi sa che neanche Hans era granché popolare, ai suoi remoti tempi. Forse non ha mai avuto una ragazza, proprio come me. Forse amava le sue salamandre, e tanto gli bastava.

Fatto sta che è grazie a lui che vincerò un Nobel e una delle quattordici statue a me dedicate sarà più alta della Statua della Libertà.

7 aprile 2032, Seattle (9129 km da Busto Garolfo)

Il libro di Spemann, quello che ho preso in prestito alla biblioteca di Busto Garolfo vent’anni fa, l’ho restituito come si addice a un civile cittadino. La copia che campeggia sulla mia scrivania di resistentissimo mogano è un’edizione rilegata e da collezione. Manca una dedica, ma per motivi anagrafici non ho mai potuto conoscere il mio ispiratore. Se ci fosse, reciterebbe “A Renato, l’uomo che rese la clonazione umana realtà. Con affetto, Hans”.

Già perché mentre quella puttana di Elisa limonava con i bellimbusti che mi picchiavano, io ho pensato che “geni” e “genii” fossero due parole troppo simili per non essere una la chiave dell’altra. E così ben prima della maturità sapevo già tutto quello che un libro poteva raccontare riguardo la clonazione. Mi mancava un po’ di pratica ma prima della laurea in biologia e della specializzazione nella suddetta e tanto cara embriologia, avevo già tutto quello che mi serviva.

Ricordo che nel duemiladodici si parlava di profezie maya che dicevano che tutto sarebbe finito di lì a poco. Si sbagliavano. Anzi, la scienza ha fatto passi da gigante: io mi sono solo fatto trovare al posto giusto, nel momento giusto, con le nozioni giuste. E la fame di chi o s’ingegna, o s’infogna.

Oggi, signore e signori, colleghi e colleghe, curiosoni che seguite questa mia storica videoconferenza, è un grande passo per l’uomo, per l’umanità ma soprattutto per me: vi presento Rinato, il primo essere umano clonato della storia.

Nell’inquadratura compare un secondo me, forse pure un po’ più carino.

A Busto Garolfo la mia famiglia piange di gioia, Elisa irrora di bile il divano.

In tutto il mondo, coadiuvato dai sottotitoli, il genere umano apprende la notizia e, di lì a poco, mi rende onore ed ammirazione.

7 aprile 2042, sempre Seattle (sempre 9129 km da Busto Garolfo)

In principio fu la speranza di rendere felice chi, come me, non ebbe mai quello che sognava.

Poi fu quell’assegno della Multimedisociotruff, della cospicua cifra di ottocento miliardi di dollari.

Forse cedetti la documentazione e i dati sui miei studi al neonato mercato della clonazione su commissione perché credevo che gli uomini fossero tristi in quanto costantemente orfani di parenti morti, amanti fuggiti e amici persi.

Oppure lo feci per vendetta nei confronti di chi si sentiva unico e prezioso e che in passato mi regalò sofferenza e vuoti incolmabili. “Chi ti credi d’essere? Di ragazze come te ne trovo ad ogni angolo della strada!”, dissi ad Elisa quando, decenni fa, antepose il bidello Sandro al sottoscritto. Ora era proprio così.

Con un giusto compenso, la Multimedisociotruff può fornire copie precise di chiunque esista, a chiunque ne senta il bisogno.

E pagando un piccolo extra, la replica viene arricchita dei ricordi dell’originale. E delle sue emozioni. Arma a doppio taglio, perché se il nonno spirato tornerà a voler bene ai suoi adorati nipotini, la ragazza che ti ha scaricato potrebbe riscaricarti nella sua versione 2.0. E così via.

E’ l’errore che commisi anch’io: creai un’Elisa tutta mia. E poi un’altra. E un’altra ancora. E nessuna era come sognavo che fosse.

7 aprile 2052, San Quintino, California (un miglio – verde – dalla fine)

Lo chiamano “braccio della morte” ma qui la signora con la falce aleggia con tutto il corpo ed è più concreta e dura delle quattro pareti che mi segregano.

Come dicevo, ho commesso qualche errore.

All’inizio le cose filarono lisce: Elisa 2.0 pareva perfetta, quando la presentai ai miei genitori, a Busto Garolfo, la adorarono. Quando conobbe i miei genitori 2.0, a Seattle (nostalgia canaglia), andò addirittura meglio. Poi ad un convegno conobbe il dottor Shang, collega nipponico che (sempre grazie ai portentosi progressi scientifici del ventiduesimo secolo) inventò un’essenza che permetteva di sedurre qualsivoglia forma vivente, bastava volerlo. C’era la versione etero, quella gay e pure la versione zoofila che però venne osteggiata da alcuni partiti conservatori. Beh, per farla breve Elisa 2.0 si innamorò di lui e scapparono insieme a Rio De Janeiro (9177 km da Busto G., 11113 da Seattle)

Quel giorno capiì che avrei dovuto limitare la componente-troia nel dosaggio della clonazione.

Elisa 3.0 nacque così meno volubile e più priva di volontà: così remissiva che quando il mio vicino di casa la abbordò, non mosse un dito per respingerlo. E poi dicono che il tre è il numero perfetto.

Con Elisa 4.0 fui ancora più rigido: aveva la personalità di un’ameba e non facevamo altro che stare in casa, fare l’amore e tornare (ma solo una volta all’anno) nella natia Busto Garolfo per trovare due dei miei quattro genitori. Fu lì che scoprii che sette dei miei compaesani si crearono la loro Elisa (che era popolare, ma non credevo fino a quel punto!). E fu sempre lì che scoprii che la scienza, per quanto in pieno progresso, può molto ma non tutto.

Ad esempio non può prevedere ed arginare la frustrazione e l’esponenziale gelosia di un uomo, moltiplicata per undici. Undici Elise, undici omicidi. Compresa l’originale, già che c’ero. Certo, mi costò tempo e denaro l’Elisa-tour, ma in quel momento non riuscivo davvero a pensare a un modo migliore per spendere parte di quegli ottocento miliardi di dollari ricevuti dalla Multimedisociotruff.

Ora vado a dormire, spero che il mio compagno di cella stanotte non russi troppo. Anche lui è condannato a morte per clonicidio plurimo. Si chiama Alexander e, prima di uccidere la sua exmoglie 2.0, faceva il bidello in una scuola appena fuori Los Angeles. Non solo russa, è anche grasso. E gli puzza l’alito. Ci sono cose che la scienza non può prevedere.

DAGHERORRORTIPI: First Sequence

Ogni anno, nel mondo, vengono prodotti centinaia di film dell’orrore. Con i criteri più bizzarri, alcuni di essi giungono nelle nostre sale.
Ogni anno, in Italia, milioni di spettatori si riversano a vederli. Con i moventi più bizzarri, alcuni di essi si distinguono, nelle nostre sale.

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Ecco le CATEGORIE più numerose e pittoresche

LA COPPIETTA SPROVVEDUTA: Lui viene da trascorsi di Fast & Furious e cinepanettoni. Dell’horror è pressoché un neofita e anche se non lo direbbe mai ai suoi amichetti tamarri, i film dell’orrore lo terrorizzano. Lei pensa che, in casi estremi, lui la tranquillizzerà e rassicurerà. Dopo venti minuti lui è bianco come il papa, lei verde come Slimer. Per tutelare l’onore lui dirà “che film del cazzo” e trascinerà la tipa verso la più vicina camporella. Lei, dopo una (s)boccata d’aria, si riprenderà. La volta successiva andranno a vedere Cars2 e lui dispenserà coraggio: “tranquilla amore, ti difendo io da Cricchetto”.

LA COPPIETTA ARRAPATA: Escono insieme da poco, troppo poco per saltare il romanticismo e passare direttamente dalla tavola al divano e dal divano a letto. Allora scelgono il cinema e un film dell’orrore, convinti che qualche brivido possa rilasciare adrenalina e giovare alle pratiche che seguiranno. Una volta constatato che la visione non aiuta a creare l’atmosfera, iniziano a pomiciare in maniera spinta senza badare allo schermo e ai vicini di poltroncina. Se non ci scappa la sveltina al bagno dell’Uci (pratica certificata), il film terminerà e lui esclamerà l’ormai ricorrente “che film del cazzo!” prima di tornare a casa a fare quello che, sostanzialmente, avrebbe potuto ottenere senza spendere i soldi di biglietti, popcorn  (senza fondo bucato) e bibitona (tot.: 28,50 €).Image

LO STRONCATORE: A volte solo, a volte con amico/i molto meno interessato/i di lui. Dell’horror si considera un esperto (più o meno legittimamente). Già venti minuti prima dei trailer ha virtualmente affossato il film, facendo riferimento ai prevedibili plagi rispetto ai capolavori del passato. Scuote la testa ad ogni scena perché sa già cosa succederà e “sostanzialmente è presa pari pari da quel film di Fulci del 1976”. A mezzanotte il film finisce, a mezzanotte e cinque ha già postato su mezzo web il proprio disappunto, condito da una parure di “Lo sapevo” e di “Ve l’avevo detto”.

LE LOLLIPOP: Gruppetto di ragazzine che va dalle tre alle centocinquanta unità. Si accusano a vicenda di aver scelto quel film, troppo pauroso e senza Robert Pattinson. Hanno paura anche della pubblicità del superenalotto proiettata tra un trailer e l’altro. Sobbalzano, urlano e continuano ad accusarsi. Dopo mezzora sono tutte ai rispettivi iphone. “Le mie amiche sono proprio delle pazze”.Image

QUELLI CON LA TESSERA DELLA “3”: Il meccanismo è semplice. Hanno i biglietti gratis, ma il film lo decide la cassiera. E se c’è solo “Violentatori Maniacissimi 4” ci vanno ugualmente sperando che sotto sotto sia roba intellettuale alla Truffaut. “Si, ma tanto era gratis”.

I SANGUINARI: Alla faccia della cultura cinematografica, l’importante è che ballonzolino tette e fuoriescano organi interni. La goduria cresce a ogni spruzzo di globuli rossi, chissenefotte della trama. Dello splatter si ritengono esperti, ma se li chiami Figli Di Troma si sentono offesi e ti picchiano. Spesso adolescenti butterati, se fra loro c’è qualche ragazza il pavoneggiamento si moltiplica e vantano visioni fantascientifiche di film truculenti, in realtà mai esistiti. Hanno il pigiamino di Spongebob, ma non lo dicono in giro.Image

I CAPRI ESPIATORI: Sono amici impressionabili di horror-fans. Una tantum si prestano al ruolo di accompagnatori, in nome del valore amicale. A vedere roba che “tranquillo, è un film leggero”. Nel migliore dei casi l’amicizia finirà dopo la visione, nel peggiore l’amicizia si consoliderà nei bagni del cinema, dove il capro espiatorio vomiterà i precedenti pasti. A proposito, Davide, mi dispiace per quella volta di Saw2. Queste righe sono dedicate a te e all’addetto del cinema che cercò di rincuorarti proponendoti di vedere King Kong gratis.

Diesis: un corto del quale prendere nota

“Ora so come fermare il tempo. Una fotografia…”, sono le prime parole di Diesis, cortometraggio diretto da Simone Chiesa e Roberto Albanesi, due tra le menti più diabolicamente proficue della “New Old Story” di Casalpusterlengo. Tratto dal racconto “Scatti Senz’Anima” di Luca Zibra, Diesis è un lavoro maturo e diametralmente opposto all’ultimo corto sfornato dal duo (Happy Birthday), incentrato sulla psiche e le proprie fallacie piuttosto che sui globuli rossi.
Una stanza cupa ed un uomo diviso fra il proprio pianoforte, la reflex che può forse fermare il tempo e la donna amata.

A scandire pensieri, deliri ed ossessioni c’è la voce avvolgente di Giorgio Melazzi (attore e doppiatore di lusso, troppo curriculum perché si possa riassumere in una parentesi), ad accompagnarla musiche ipnotiche e suggestive.

Rispetto ai precedenti lavori degli autori il versante “appassionato” rimane solido, quello tecnico migliora e si affina (anche grazie alla vivida fotografia di Davide Cazzulani), concretizzandosi in un prodotto senza punti deboli che alla stregua di una fotografia – proprio come si diceva all’inizio – ferma il tempo per i suoi undici minuti, in un’atmosfera torbida e nera come la pece.

E pensare che odio la voce narrante. Ma quando tutto torna, i gusti personali stanno a zero. Chapeau!

Coi Pixies in sottofondo siamo bravi tutti.

***CONTIENE SPOILER, MA DI QUELLI CHE CONOSCE ANCHE MIA NONNA***

(Piccola raccolta di coppiette audio/video dedicata a tutto il popolo armeno, chi più, chi meno)

Una delle cose che ho sempre amato del cinema e della musica è la loro capacità di compenetrarsi. Ci sono scene indelebili divenute tali grazie alle note suonate ad accompagnamento; e di contro ci sono melodie e canzoni divenute celebri in quanto contenute nella colonna sonora di pellicole di successo (tanto da perdere il loro legittimo titolo e diventare nell’immaginario collettivo semplicemente “la canzone di Ghost quando loro modellano il vaso e poi scopano”).

Esperienze di appagamento multisensoriale, ma non solo: un piano migliora e amplifica l’effetto dell’altro.

C’è però un altro effetto da non trascurare… La musica giusta al momento giusto rende più facile la vita dei protagonisti on screen, l’atmosfera si romanticizza e si creano le condizioni per il lieto (o quasi) fine.

Immaginate per esempio questo scenario: la donna dei vostri sogni è lì lì per abbandonarvi alle vostre innegabili psicopatologie quando nell’aria irrompe con la sua galleggiante grazia Where Is My Mind? (Pixies). Anche il peggior dissociato, ed un’intera città che collassa su se stessa, appaiono perversamente poetici. E sono sicuro che Marla concederà un’altra chance ai dualismi mentali di Edward Norton, limonandoselo teneramente fra un botto e l’altro. Del resto, se s’è sposata Tim Burton….

A proposito, Big Fish è un film che funzionerebbe anche con colonna sonora dei Modà, ma pensate a quante lacrimucce in meno avreste versato senza la leggiadria di Buddy Holly e della sua Everyday ad accompagnare i sogni di matrimonio di Edward Bloom.

O il vocione di Eddie Vedder a tributare “l’uomo del momento” con l’omonima canzone, scritta appositamente per il film e divenuta uno dei capolavori di tutti i tempi PearlJameschi. Se Burton sognava il pezzo perfetto per il momento in cui “the curtain comes down”, sul film e sulla vita del protagonista, voilà.

La Mia Vita A Garden State è il film d’esordio di Zach Braff, che dirige e recita. Il Jd di Scrubs mutua dalla serie il magistrale utilizzo delle musiche dolciamare ad hoc e in una scena bizzarramente poetica sistema un pezzone di Simon & Garfunkel (The Only Living Boy In New York) che gli permette di conferire ulteriore carica emotiva al momento ma soprattutto di ficcare la lingua in bocca a Natalie Portman. Mentre Peter Sarsgaard (col pubblico tutto) guarda e pensa “la prossima volta dirigo io”.

Per evitare il linciaggio, è bene citare il solito e abusato Quentin. Ne Le Iene, cosa sarebbe la famosa, famigerata e famagosta scena della tortura al poliziotto senza la beffarda Stuck In The Middle With You ad accompagnare le movenze maniacal-danzerecce del buon Michael Madsen? Il connubio cinemusicale è così azzeccato che a nessuno frega delle sofferenze del buon Marvin Nash. “E che sarà mai per un orecchio???”.

E che sarà mai anche un attacco zombie, con un juke box a disposizione che accidentalmente lancia uno dei mille capolavori di Freddie Mercury & soci? Anzi, cogliendo la palla al balzo Shaun e soci randellano il morto vivente con invidiabile senso del ritmo. Se non è classe questa….

Vi immaginate quanti fiaschi in meno avremmo ottenuto, ai tempi delle scuole medie, se il “ti metti con me?” fosse stato accompagnato dal pezzaccio strappamutande di rito? Kevin Smith in Clerks 2 (ma anche in tutti gli altri film) infila così tante belle note da convincere Rosario Dawson a sposare un Dante sempre più bruttino e paffuto. E da convincere noi che la cosa sia umanamente possibile. Quindi coraggio, sfruttate la filodiffusione e fatevi avanti con l’amato/a anche se le chances, sulla carta, sono poche.

Tanto, dovesse andar male, abbiamo pronta pure la perfetta colonna sonora per una dipartita stilosa.

Folie à deux

Hey tu. Si ce l’ho con te, Caro. Insistente e non così dolce metà che con una mai accreditata maturità mi prendi da parte e dici “così non va”. Con la supponenza di chi crede di sapere tutto. Non fraintendermi, spesso siamo stati bene insieme: sei stato la mia assicurazione sulle puttanate, sui voli pindarici e i castelli in aria, mi hai risparmiato svolte avventate e a volte svolte stolte. Ogni tanto hai esagerato, come quando nostro figlio è rincasato con quel tatuaggio e ti sei messo a piangere: non ho ancora capito se la tua reazione fosse dovuta all’emozione di vederlo cresciuto o solo cambiato. O se in quel momento avevi già capito come sarebbe andata a finire. Chissà. Quello che so, per quanto poco sia, è che fra le pieghe della tua logica e del tuo pragmatismo paterno manca qualcosa. Non il benessere e le approvazioni, queste cose le hai sempre ottenute con facilità, al contrario di me, e sono sicuro che anche il nostro figliolo ne trarrà giovamento, un giorno.
Oggi però sono qui a dirti che sono stata in disparte troppo tempo, succube di una relazione dove io ero quella sbagliata, quella da tenere a freno, quella che nella vita non aveva e non avrebbe mai combinato nulla.
La rabbia epurata è un anestetico del cazzo, ma l’ho scelto io: tu sei grande e grosso, e quando torni dal lavoro sei pure un po’ incazzato. Conosco tutte le tue cinture a memoria, quando non mi ci picchi, mi ci leghi e rimaniamo così finché non torna la calma.
Così scusa se ti scrivo, ma devo tutelarmi un po’ anch’io.
Quello che voglio dirti è che il nostro ragazzo ultimamente è influenzato eccessivamente dalla tua presenza, non sarà mai poeta ma spero non diventi ragioniere. O peggio, stratega. Lui è fatto così, crede in quello che si è inchiostrato ma la nuca non è la fronte, quello che gli suggerisci eclissa un po’ la sua libertà, la voglia di volare rischia di essere tarpata, la paura di cadere un po’ troppa. E scusa se sembro Jovanotti, ma sai che sono sempre stata un po’ troppo citazionista.
Insomma marito mio, smettila coi “Vola basso”, coi “Pensa concretamente” ma soprattutto basta coi “Vacci piano”. Perché chi va piano va sano e va lontano, ma spesso arriva con una sporta di rimpianti e di occasioni perdute. E cos’è quell’altra stronzata con la quale hai esordito l’altra sera, quando ti parlava di quella ragazza? “Accontentati di quello che viene e non farci caso se dopo un po’ si perde tutto in una bolla di sapone”. Ti piacerebbe se tra 15 giorni il sole non si facesse più vivo? Se i fiori sbocciassero solo per un’estate o due, e poi tanti saluti? O che la tua canzone preferita diventasse afona dopo un mese? Come si può ragionare al risparmio, in certe cose? Io voglio che nostro figlio non freni, intanto che può permetterselo. E se questo lo dovesse condurre a pieni incisivi contro un muro, mi assumerò le mie responsabilità, sarà un dramma assoluto. Ma in caso contrario ad essere assoluto sarà qualcosa di bello. Qualcosa che, affidato a te, lui non potrebbe raggiungere mai. E io a lui voglio bene. Onestamente, molto più di quanto ne voglia a te.
Spero tu possa capire, che si riesca a trovare un compromesso e che tu, Cinio Razio possa per una volta non essere il prepotente capofamiglia, ma un fido alleato.
Ancora un po’ Tua,
“Fol” Lia

Alex L’Ameno: il cinema dell’orrore non è solo l’horror

“Uè zio, ce l’hai un millino?”
(Senza Filtro, 2001)

La frase che apre questa rassegna proviene da Senza Filtro, film di Mimmo Raimondi che narra le peripezie di periferia di Nico e Ray, duo rap che tra mille difficoltà diventa prima duo drogato, poi rapper e infine coppia di giovani uomini. Ispirato agli Articolo 31 e “forte” della presenza dei due componenti J-Ax e Dj-Jed nel cast artistico, il film prova a rappresentare la Barona milanese come il South Bronx, arricchendolo di tipici elementi della cultura giovanile meneghina. Mimmo Raimondi non perde di vista gli elementi che portano dritto al successo: le canne, i Booster e lo slang imbarazzante. Ma soprattutto apre la strada verso un flop che avvisa: “della dura vita del rapper emergente non ce ne frega niente”. Eminem, troppo lontano dalla Barona per sentire il lamentoso grido di Senza Filtro, ci casca e solo un anno dopo prende parte a 8 Mile. Cagata, sì, ma mai quanto il film di Raimondi.

Musica e cinema in Italia si sono spesso alimentati a vicenda: nel 1998 gli 883 stavano imboccando l’inesorabile declino, contemporaneamente alla vertiginosa ascesa della pancia di Max Pezzali. Quale miglior momento, dunque, per raschiare il fondo e lanciare le malinconie da sfigato di Max (a cui tutti, me compreso, vogliamo bene) sul grande schermo?
Il titolo è Jolly Blu, la trama semibiografica, le mignotte tantissime (Natalia Estrada, Alessia Merz, Sabrina Salerno e Kimberly Greene) e le idee poche. Nonostante le canzoni degli 883 “old school”, Jolly Blu ha lo stesso successo del cd solista di Mauro Repetto. Forse meno.

Mentre da noi imperversava la dura legge del gol, nel Regno Unito vigeva quella (sempre dura, da digerire) del quintetto speziato, il pentagono di sbarbine disinibite, le 5 ugole e nessuna d’oro, insomma le Spice Girls. Con le medesime motivazioni di Jolly Blu, viene prodotto Spice World (1997). Il titolo denota senza pudore la scarsa volontà di trovare un pretesto narrativo qualsiasi e conferma il sospetto che si tratti di 93 minuti puramente autoerotici, sfruttamento del marchio, con le cinque pazzerelle che vivono avventure tanto estemporanee quanto noiose. Gli anni 90 stavano finendo, nel modo peggiore.

5 anni dopo (2002) la pop-sensation diventa Britney Spears e anche lei si cucca il suo filmetto, Crossroads. Il perchè di questa produzione è uno dei misteri di Fatima. Britney parla troppo e non ci dà dentro. Particine di Dan Aykroyd e Justin Long: pazzesco cosa non si fa per il pane!!!

A proposito di darci dentro, quale altra logica può avere – se non quella onanista – il capolavoro da salumificio altresì noto come Bambola? Starring la giunonica (ho sempre sognato di usare l’aggettivo da qualche parte!!!) e nostrana Valeria Marini, prosciuttona quanto basta per fare da coerente contraltare all’altro vero protagonista (guardate e capirete), il tronco di mortadella, peraltro più espressivo della bionda partner.
Un’altra che ci dà dentro, bionda e giunonica, è l’immortale Pamela Anderson. A lei tocca un film senza mortadelle ma il suo Barb Wire (1996) è altrettanto disarmante e dichiaratamente impostato sulle rotondità della protagonista. Ma se il film con la Marini (diretto da Bigas Luna) rimane in ambiti drammastupratori, Barb Wire (che si presenta, porca miseria, come un remake post-apocalittico di Casablanca) va oltre e veste – per modo di dire – la Anderson coi panni di una sexy cacciatrice di taglie e proprietaria di uno strip club. Alzi la mano chi l’ha visto. Ok, ora alzi la mano chi l’ha visto non per le tettone.

Se queste amenità su pellicola vi hanno traumatizzato fermatevi qua. Potreste non essere ancora pronti per la Santissima Trinità del brutto, il trittico del trash senza appello, il power trio della bestemmia artistica. In caso contrario, tutto l’orrore raccontato sinora vi sembrerà cartonesco. Ora, gente, si fa sul serio.

Il primo tassello del polittico osceno è costituito da un prodotto passato eccessivamente in sordina e si tratta di Squillo (1996, che anno del cazzo eh??), serratissimo poliziesco-thriller ambientato nel famoso e luridissimo mondo della prostituzione milanese. Di Carlo Vanzina, interpretato dall’immarciscibile Raz Degan, promette di essere un film pieno di azione e di strappone, ma non ha nulla di tutto questo e, a ben guardare, non è neanche meritevole di essere definito film. Degan prova ad essere un Ispettore Callaghan monoespressivo, un Cobra (ancor più) coatto. Finisce ad essere un tamarro peloso di nome Toni Messina. Ma per una minchiata così, forse, è l’ideale.

Troppo Belli (2005), pellicola che esalta la dura gavetta dei modelli Costantino (Vitagliano) e Daniele (Interrante), poteva nascere solo da un’idea di quella testa di cazzo articida di Maurizio Costanzo. Non sapeva però che inconsapevolmente, Troppo Belli sarebbe diventato pietra miliare della comicità involontaria. Durante la tortuosa strada verso il successo, i due bamboccioni (al limite dell’autistico) incontreranno personaggi stereotipati, si faranno rubare le mutande e balleranno vestiti da marinai alla mercè giovani infoiate, si ubriacheranno come dodicenni e non susciteranno la benché minima empatia. Il tutto, senza spettinarsi mai. In un finale pirotecnico, la ex di Costantino si sposa con lo sfigato intellettuale, Daniele rivendica la propria virilità, la cessa diventa figa e si fa Costa. In un tripudio di amore, Gigi D’Alessio canta sui titoli di coda. Come direbbe il suo collega Eros, Troppo Belli “grazie di esistere”.

Cosa potrebbe impedire allora a un capolavoro simile la posizione #1 di questa classifica da cinediscarica? Ma il mio film PRE-FE-RI-TO! Il Die Hard di casa nostra, quell’Alex L’Ariete (2000, Damiano Damiani) interpretato dal Bruce Willis del tortellino, l’uomo che ha fatto dello sfondamento-porta uno sport olimpico assai più gustoso dello sci, l’Albertone nazionale! Alberto Tomba non era un attore professionista e lo sapevamo; che non riuscisse a disancorarsi dal bolognese stretto invece ci era ignoto. Ma il protagonista di questa crime-story (che reindossa la divisa, per l’occasione) non si critica, si ama. E mentre scopriamo la sua passione per il risotto con le erbette, salva la Hunziker da incalliti criminali e fuga i dubbi. Tomba è un attore della madonna. Comico però, come è comico tutto il contesto, che fa assurgere il mio film-amico Alex L’Ariete a status di cult leggendario del “so bad it’s so good” tanto caro a un altro Alex, altro amico.