Charlie, il cannibale sfortunato.

Non è che Charlie sia cattivo, solo ha dei gusti particolari. Tu, ad esempio, ami la pizza e odi i broccoli. Charlie ama la carne umana e odia tutto il resto.

Se ci fosse l’Happy Human Meal, Charlie avrebbe la casa piena zeppa di pupazzetti.

Charlie ha diciannove anni. Inizia per caso: mangiandosi le pellicine delle dita delle mani. Gli piace. Prosegue alla falange successiva, poi all’avambraccio. Giunto al gomito, Charlie capisce che deve trovare una fonte di eteronutrimento.
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Uscito di casa, Charlie rompe il vetro di una finestra e si infila in un modesto appartamento di periferia.

Apre il frigorifero, sperando di trovarci viscere del genere homo sapiens sapiens, ma si rende conto che non ci sono poi così tante probabilità.
Formaggi, verdure, carne disumana: che schifo. Tanto peggio per il padrone di casa.

Charlie aspetta dietro al divano il ritorno dell’inquilino, Charlie ha fame.

Pensa a una coscia di centometrista, a un polpaccio di ciclista, a un pisello di pornattore.

Charlie sbava.

Si ricompone solo quando sente le chiavi nella toppa: entra un trentenne magrolino con un trolley. Non c’è molta ciccia, ma per battezzare la carriera di mangiasimili può bastare.

La Sua Cena è al telefono, parla con qualcuno. Charlie ascolta e scopre che La Sua Cena è appena tornata da un viaggio in Africa, volontariato, buoni propositi ed inevitabile jet-lag.

Ma chi se ne frega, pensa Charlie. La gente si interessa mai di quanti piccoli avesse avuto la mucca nel piatto, o dove sia nato il maialino che stanno sgranocchiando?

La Sua Cena si mette ai fornelli, Charlie scivola sul balcone e fa rumore di proposito.

La Sua Cena esce a controllare, con passo stanco e strascicato.

Charlie è dietro a un grosso vaso di fiori, abbastanza grande da nasconderlo, abbastanza piccolo da farlo saltare fuori, colpire in testa La Sua Cena e stordirla.

Ora è Charlie ai fornelli. La sua cena è La Sua Cena.               

Con perizia, Charlie apparecchia la tavola, versa nel piatto i rosolati testicoli delLa Sua Cena (sembrano due polpette Ikea, pensa Charlie), con contorno di altre parti a cui non saprei risalire. Ne beve il sangue, come fosse un rosso d’annata.

Charlie accende la tv, c’è un programma di cucina. Ironico.

Consuma La Sua Cena come fosse la prima e l’ultima. E’ deliziosa. Pensa che uno nasce con una certa natura, e non la può cambiare. Anzi, è giusto così. Perché i vitelli sì e i giovani trentenni magrolini no? Si pulisce la bocca con cura. Finisce La Sua Cena.
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Poi Charlie prende il trolley delLa Sua Cena, lo porta in camera e lo svuota: Charlie ha deciso che si prenderà cura delLe Sue Cene. Che non le userà e basta. Ci tiene al galateo.

Oltre ai vestiti e a qualche souvenir pacchiano, ci sono dei fogli. Charlie inizia a leggere, vorrebbe capire chi ha appena mangiato, chi lo ha sostentato per le successive ore.

La Sua Cena si chiama Oscar. La Sua Cena era in Uganda, lavorava come volontario in un villaggio che disponeva a malapena di carne animale, figurarsi di carne umana.

Charlie pensa che avrebbe ben poco da mangiare, là.

Charlie prosegue a leggere. C’è un foglio, un referto medico, che dice che Oscar ha la malaria.
Che occorre che smetta di lavorare, torni a casa ed inizi una cura al più presto, o non c’è scampo.

Charlie non sa molto della malaria, ma il nome suona maledettamente contagioso.

Charlie fa due conti, su due piedi, sa di essere fottuto.

Ha appena ingerito morte, più o meno.

Charlie corre in bagno, si ficca due dita in gola, rimette al mondo Oscar in uno sbilenco parto orale.

Troppo tardi.

L’ultimo pensiero di Charlie, riverso nella tazza del cesso, è che una volta ha letto che ci sono circa 40 casi di malaria all’anno.

Charlie muore pochi secondi dopo aver maturato la convinzione che il karma esiste, e la sfiga pure.

Charlie muore sazio e un po’ incazzato. Charlie, il cannibale sfortunato.

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Quella Casa Nel Bosco

tratto dal sito The Reign Of Horror (www.alexvisani.com), un personale tributo al film dell’orrore più geniale e creativo degli ultimi tempi, prevedibilmente ignorato dalla massa.

QUELLA CASA NEL BOSCO (THE CABIN IN THE WOODS) di Drew Goddard

ImageGli ingredienti c’erano tutti: un titolo familiare e un po’ generico, una scrittura sapiente (Drew Goddard, già sceneggiatore di Cloverfield) e una locandina enigmatica e suggestiva.

Nonostante la lunga gestazione – girato nel 2009, conteso tra il tre e il duedì (fortunatamente l’ha spuntata quest’ultimo) e distribuito soltanto quest’anno – Quella Casa Nel Bosco si profilava come il classico titolo con allegata l’etichetta, talvolta scomoda, di “next big thing” del cinema horror.
Gigantesche aspettative, raffica dirumours e congetture sulla sinossi di un film che al di là del nome pareva troppo autoriale ed ambizioso per essere un banale ricalco dell’horror boschivo à la Raimi.
Eppure il film diretto da Goddard (e scritto con il versatile sceneggiatore Josh Whedon, The Avengers, Buffy, Toy Story) nella prima mezzora sembra proprio un remake di Evil Dead, con un canonico quintetto giovane e vizioso che parte per il weekend che sarà “il più bello della nostra vita” verso una catapecchia immersa nel bosco di un’America allo stato brado.
C’è la ragazza promiscua che si accoppia con l’atleta (Chris Hemsworth, Thor, The Avengers), lo sballato (Fran Kranz, The Village) e il secchione sensibile che farà breccia nel cuore dell’ultimo e più meditabondo membro della comitiva, vale a dire la verginella (Kristen Connolly, E Venne Il Giorno).
Dopo un incontro ravvicinato con l’altrettanto proverbiale redneck alla pompa di benzina, i cinque arrivano al cottage che li ospiterà: manco a dirlo la baracca cade a pezzi ed è munita di uno scantinato che più lugubre non si può, che puzza di muffa e – soprattutto – di già visto: ma proprio lì il destino dei protagonisti viene segnato da un meccanismo oscuro ed imprevedibile: qui il film vira bruscamente, calano le tenebre e degli zombies circondano la casetta e si mangiucchiano un po’ di ospiti. Prima Raimi, ora Romero… che altro? No, le cose sono molto più contorte e terrificanti di quanto sembri, la verità è un orrore che cresce esponenzialmente, così come il ritmo e la qualità del film, puro capolavoro moderno del genere, che non tradisce le attese ma addirittura le travalica. Tessendo una ragnatela di inganni in un film che, in ultima analisi può essere letta come una brillante gigametafora del cinema horror.

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Attenzione però: non si tratta di solo mistero e non è un mero metagingillo: Quella Casa Nel Bosco è divertente, beffardo e spaventoso. Gronda sangue e risate, stordisce come un vuoto d’aria (malsana) che mozza il fiato.
Pura linfa vitale per un affiliato dell’horror-club, irresistibile tranello per chi ancora non lo è (e probabilmente lo diverrà, dopo la visione). La prima regia di Goddard è tecnicamente e artisticamente ineccepibile, pazza e cruda idea grandguignolesca.
Che, seppur nella sua originale ed istrionica veste, non rinuncia a citare i già citati capolavori del passato, nonché molti dei suoi protagonisti. Andando oltre, rinnovando (e stravolgendo) deiclichés, giocando con essi e situandoli in un contenitore tecnologicamente avanzato e diabolicamente inimmaginabile. Il miglior film horror dei tempi recenti.
Bando dunque alle nostalgie per i capolavori delle decadi lontane: ora avete il vostro cult, il vostro classico. Una bellissima “Casa” tutta vostra.

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