La Concorrenza

Solitamente non sopporto le sterili conversazioni in aereo, con l’occasionale vicino di posto. Una volta esaurita la sacra trilogia del nulla (condizioni meteorologiche, sport e culo della hostess), c’è poco da spremere.

Però Mohammed è un tipo simpatico, parla tante lingue, tutte male, guarda la mia valigetta e mi chiede che lavoro faccio. Gli rispondo che sono un rappresentante, poi ricambio il quesito, perché anche lui ha una valigetta da impiegato, ma non ne ha l’aspetto. L’aspetto è quello di un ragazzo povero, trasandato, forse disoccupato. Mi dice che è un insegnante.

Nel tragitto verso la Grande Mela, mi racconta quasi tutta la sua vita e io ricambio, non ho voglia di stare sulle mie, non oggi.

Poi, ad un tratto, si rabbuia, capovolge l’assetto ilare, con tono sommesso si sporge verso il mio orecchio e mi dice: “Senti bello, la situazione sta diventando un po’ complicata. Sei un tipo molto simpatico, parlerei con te per ore, e mi piacerebbe tu avessi una vita piacevole e lunga. Però vedi, sono su questo aereo per conto di Al Qaeda. Io e quei due signori che vedi in terza fila, quelli che stanno bevendo il cappuccino, tra esattamente dieci minuti ci alzeremo, urleremo che l’America è piccola e Allah è grande e dirotteremo questo aereo contro una delle Torri Gemelle. Dopo decidiamo quale. Purtroppo è il nostro lavoro, spero capirai. Nessun rancore, vero?”

Lo guardo impietrito: “ma non eri un insegnante?”

Mohammed, serafico, risponde: “beh si, nel senso che insegno il volere dei miei capi a voi stronzi infedeli. L’ho fatta un po’ sporca, è vero, ma non volevo terrorizzarti prima del tempo”.

Rimango di ghiaccio, immobilizzato. Ma non per il motivo che lui – e voi – credete.
E’ che un po’ sporca l’ho fatta anch’io: non è che io sia proprio un rappresentante. Semmai, rappresento il Governo degli Stati Uniti D’America.  E io, più americano dell’hotdog, sono su questo volo per alzarmi di colpo, dire che Allah è grande, farneticare riguardo il castigo talebano e fornire il miglior alibi del mondo all’occidente per prendersela con tutte quelle fastidiose nazioni il cui nome finisce per –stan.

E la presenza di Mohammed, va da sé, mi scombussola i piani.

Gli spiego la curiosa coincidenza e lui scoppia a ridere.

“Che cazzo ridi?”, gli sussurro con tono infastidito “Non capisci che così, nessuno di noi due riuscirà nel suo intento? Tu non avrai il tuo harem di mignotte, nell’aldilà, perché tecnicamente questo aereo lo faccio esplodere io. E io , porca puttana, sto deflagrando invano, dal momento che ci avreste già pensato voi. La cosa è alquanto fastidiosa, se permetti.”

Mohammed torna serio. “In effetti” dice “morirai per nulla. Però vedila dal mio punto di vista, la stessa cosa vale per me. Sarei potuto restare al calduccio, a casa mia, a fare le sabbiature. Ma come facevamo a immaginare che foste un Paese così imbecille da autodirottare un aereo e attribuire il merito a noi?”

“La colpa…” puntualizzo.

“Vedila come ti pare.”

Mi faccio prendere dallo sconforto: “Vabbeh senti Mohammed. L’importante è che quello che sappiamo noi non esca da questo aereo. E onestamente, visti i nostri piani, la vedo dura. Lasciamo che il mondo congetturi, che la storia decida, che i nostri datori di lavoro se la vedano fra loro.”

“D’accordo. Ma chi fa la commedia? Vai tu, hai la faccia più rassicurante.”

“Uff, che palle. Senti tu sei più vicino al corridoio, dovrei farti alzare. Facciamo che lo dirotti tu.”

La situazione non si sblocca. Mohammed sorride, fruga in tasca. Estrae un nichelino. “Testa vado io, croce tu. Comunque vada, sarà un successo.”

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